8 marzo in Silicon Valley: cosa è andato storto con le donne in ambito Stem

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8 marzo in Silicon Valley: cosa è andato storto con la diversity e il Gender Gap
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Secondo una ricerca condotta dal Peterson Institute for International Economics e da Ernst & Young, donna fa rima con profitti: più i board si tingono di rosa, più crescono gli utili. La Silicon Valley e le aziende IT dovrebbero aumentare la diversity in ufficio, colmando il Gender gap

Nelle aziende IT da tempo si cerca di abbattere il pregiudizio e la discriminazione legati al concetto di diversità: le aziende devono dimostrare di colmare il divario di genere, aumentando la diversità nell’organigramma aziendale, anche perché il Gender Gap non fa bene alla Silicon Valley.

8 marzo in Silicon Valley: cosa è andato storto con la diversity e il Gender Gap
8 marzo in Silicon Valley: cosa è andato storto con la diversity e il Gender Gap

Suw Charman-Anderson, che organizza Ada Lovelace Day, per ricordare la pioniera degli algoritmi, Ada Byron, e per premiare le donne nell’hi-tech, fa notare che sono trascorsi 200 anni da allora. Donald Knuth, professore della Stanford University, vincitore del premio Turing nel 1974, considerava Lady Lovelace una grande programmatrice, il cui lavoro fu alla base delello sviluppo dell’Analytical Engine, il primo computer generico al mondo, del matematico Charles Babbage. Walter Isaacson, autore della biografia, il best-seller Steve Jobs, sul co-fondatore di Apple, deicherà un capitolo del prossimo libro sui grandi innovatori proprio ad Ada Lovelace, figlia del poeta inglese Lord Byron, per regalarle finalmente la giusta fama, a “moment in the sun.

Ma cosa è andato storto con la presenza femminile nell’IT, visto che la Diversity in azienda si aggira intorno al 30%? Sia chiaro: il divario di genere è un problema comune, visto che è donna solo il 19% dei direttori delle aziende S&P 500. Ma, secondo una ricerca condotta dal Peterson Institute for International Economics e da Ernst & Young, donna fa rima con profitti: più i consigli d’aministrazione si tingono di rosa, più crescono gli utili. Insoma, colmare il divario di genere conviene.

La nostra società non valorizza il contributo delle donne nelle materie STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica). In questi anni, Facebook e Twitter sono state accusate di discriminazione, mentre sono scivolate in gaffes aziende del calibro di Microsoft e Google. È da due secoli che il Fattore D viene ignorato o preso sotto gamma in ambito STEM, anche se donne come Yvonne Brill hanno inventato il sistema a propulsione (Brill è stata insignita della National Medal of Technology and Innovation nel 2011, medaglia consegnata dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama). Ma quando il New York Times scrisse il “coccodrillo” per commemorare una donna di chiara fama, si soffermò sul folklore, sul suo manzo alla Stroganoff, e non sui meriti scientifici e professionali di Brill: le proteste portarono il prestigioso giornale a ri-scrivere una versione online corretta dell’articolo.

Ma a sottovalutare il contributo delle donne nella scienza sono anche eminenti scienziati. James Watson arrivò a snobbare e a criticare come donna Rosalind Franklin, la cui immagine a raggi X, nota come Photograph 51, rivelò la struttura a doppia elica del DNA. Watson venne insignito del Premio Nobel nel 1962, insieme a Francis Crick e Maurice Wilkins: Franklin era morta 6 anni prima, a 37 anni, dunque on venne menzionata nel premio.

Altra scienziata finita nell’oblio è Jocelyn Bell Burnell, che scoprì le prime radio pulsar da  studente ricercatrice all’università di Cambridge: nel 1974 ricevettero il premio Nobel Antony Hewish e l’astronomo Martin Ryle, ma a lei non venne riconosciuto, nonostante le proteste. Aveva rischiato di non essere premiata perfino Marie Curie, l’unica a vincere in due diverse discipline, fisica e chimica, se non avesse insistito suo marito Pierre Curie, premiato con Henri Becquerel, affinché l’Accademia reale svedese delle Scienze riconoscesse il merito all’illustre scienziata.

Ed è sempre la stessa storia, commenta Telle Whitney, co-fondatrice di Grace Hopper Celebration of Women, nominata dopo che la pioniera del computing era stata una delle prime programmatrici del computer Mark 1 all’università di Harvard nel 1944: “Avviene comunemente, non solo nella storia ma anche oggi“. E così grandi giornali preferiscono illustrare le ricette di una famosa scienziate invece di ripercorrere le tappe della sua carriera professionale e raccontare le sue scoperte.

Eppure, il contributo delle donne fa bene anche al PIL. L’incremento del 30% di nomine declinate al femminile fra o direttori e manager esecutivi, comporterebbe 6 punti percentuali di margini netti nei conti aziendali.

Secondo i dati della Comunità Europea se si inserissero più donne nelle aziende di Information Technology (IT), il PIL balzerebbe di 9 miliardi di euro.

Le aziende IT e non solo dovrebbero festeggiare l’8 marzo tutto l’anno, ma scommettere di più sul Fattore D, riducendo il divario di genere in ambito STEM.

Da una ricerca, condotta da NetConsulting cube per CA Technologies e Fondazione Sodalitas, presentata nel convegno “Donne al cuore dell’innovazione digitale”, emerge che nel 70% delle aziende intervistate la percentuale di donne con ruoli tecnico-scientifici è sotto al 25% del totale,ma la quota crolla al 10% nei livelli manageriali/dirigenziali. Eppure le donne hanno qualità indiscutibili: rispetto ai colleghi maschi, le donne sono più portate nel problem solving (75%), più propense al multitasking (62,5%), più inclini alla gestione dei rapporti interpersonali e al team working (45,8$). Il 41,7% ritiene le donne più creative e perfino innovative. Forse, è l’ora di risolvere il problema della Diversity.

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