A rischio i distretti italiani

Aziende

Le realtà industriali legate al territorio sembrano risentire della forte competitività e dell’allargamento dei mercati.

Proviamo ad analizzare la situazione e a proporre qualche suggerimento per agevolare la rinascita dei distretti tramite una corretta e pratica visione dell’Ict L’apice del successo dei distretti industriali italiani ormai sembra appartenere al passato. Negli anni ’80 arrivavano in Italia osservatori americani e nipponici che volevano capire il funzionamento e l’organizzazione di questi insediamenti produttivi che mostravano grande flessibilità, efficienza e notevoli capacità d’esportazione. In quegli anni si cominciava a parlare con insistenza di un nuovo modello: di reti aziendali, che sembrava essere prefigurato proprio dai distretti industriali di casa nostra. Poi, qualcosa è cambiato. La globalizzazione, l’affermarsi della delocalizzazione produttiva e la spinta innovativa offerta dall’Information e comunication technology (Ict), che eliminava distanze e accorciava i tempi di contatto e scambio nella filiera, hanno cambiato le carte in tavola e il modello della localizzazione produttiva ha cominciato a mostrare i primi segni di crisi. Proprio con l’avvento di Internet e delle nuove possibilità offerte dall’Ict sono diminuiti i vantaggi competitivi che il distretto industriale apportava alle aziende presenti nell’area. Ma è corretto affermare che l’Ict ha influito sul declino della localizzazione produttiva? Basta la leva del trasferimento rapido ed efficiente di informazioni a gettare un’ombra sull’efficacia di questo sistema produttivo? Occorre precisare alcuni aspetti rispetto alle potenzialità dell’Ict. Nessuna interconnessione telematica consente di scambiare merci e materiali, di conseguenza la localizzazione produttiva, cioè il distretto, rimane un modo efficiente per posizionarsi al centro del bacino della domanda o dell’offerta, punto di maturazione e concentrazione di risorse, di specifici prodotti, componenti e servizi.

Alcuni spunti interessanti sull’argomento li fornisce il professor Marco Perona del dipartimento di ingegneria meccanica dell’università di Brescia: “Non sempre le informazioni che le imprese si devono scambiare hanno un livello di strutturazione sufficiente, tanto da consentire una facile condivisione per via informatica. Basti pensare, per esempio, alla competenza tecnica che taluni distretti incorporano nel proprio capitale umano. Per cui anche oggi non è pensabile che tali informazioni implicite e destrutturate possano fluire facilmente in una rete informatica. Ma anche limitandosi alle informazioni strutturate o strutturabili, ossia: disponibilità di magazzino, ordini, previsioni, piani produttivi e via dicendo, a tutt’oggi la predisposizione da parte delle aziende a scambiare e condividere tali dati tra clienti e fornitori appare ancora assai bassa, a dispetto degli indubbi vantaggi ottenibili”. La localizzazione, dunque, continua a comportare dei benefici sia in termini di logistica che di know-how, per non parlare di quell’effetto di impollinamento imprenditoriale che ha fatto crescere nel tempo i distretti e allargato il loro orizzonte produttivo. Il punto in discussione, però, non riguarda i vantaggi o le rivoluzioni tecnologiche, ma le carenze presenti nella dinamica distrettuale. “Nel loro sviluppo i distretti spesso hanno mostrato mancanze che nel tempo sono diventate croniche – spiega Andrea Rangone, responsabile dell’Osservatorio sull’uso della tecnologia nelle Pmi del Politecnico di Milano -. Molti sono rimasti chiusi in se stessi delegando i contatti con l’esterno, e quindi con il mercato, a pochi soggetti specifici. Parliamo di aziende leader in determinati settori, capofiliera, con forti capacità di marketing e di commercializzazione nazionale e internazionale, oppure di aziende specializzate solo nella parte trade. In definitiva, nel distretto la maggioranza delle aziende produce e basta, senza avere una complessiva visione del mercato, mantenendo una scarsissima propensione alla relazione e nessuna capacità commerciale”. A conferma di questo orientamento Marco Perona cita una recente ricerca, svolta tra i fornitori italiani di componentistica per elettrodomestici, che ha messo in evidenza come sebbene circa il 45% delle imprese esaminate avesse un collegamento elettronico dedicato (Edi) con uno o più dei propri clienti, solo il 17% lo impieghi per condividere e integrare i propri database aziendali. Il fattore più critico, tuttavia, è legato alla cultura imprenditoriale di molte piccole e medie imprese che lavorano nel distretto, che danno eccessiva importanza al prodotto a scapito dei processi aziendali che permettono di sincronizzarsi con le esigenze del mercato. “La vicinanza interaziendale del distretto ha comportato, purtroppo, una scarsa attenzione ai processi aziendali – continua Andrea Rangone -. Eppure è evidente che un prodotto anche eccellente fatto con processi banali e poco supportati dalla tecnologia, non rispetterà il time to market e non sarà disponibile e supportabile sia a monte, verso i fornitori, che a valle, nei riguardi del cliente finale. Per la competizione globale di oggi non basta il buon prodotto, contano i tempi di consegna, la flessibilità logistica, le relazioni con i fornitori, i canali di vendita e i rapporti con i clienti. Lo scenario del mercato è cambiato. E’ diventato molto più esigente. Per questo i distretti rischiano di fronte all’arrivo di competitor internazionali che hanno prodotti inferiori, ma che sono supportati da processi più efficienti ottenuti con una confidenza verso l’Ict molto più alta della nostra”.

Le Pmi che lavorano nei distretti, ma non solo, continuano con una logica produttiva caratterizzata da bassi investimenti nelle tecnologie dell’informazione, e a complicare la situazione c’è un ancor più basso tasso di successi nelle installazioni realizzate. Ovviamente tutto questo tende a ridurre la propensione all’investimento, in un circolo vizioso che può avere risultati disastrosi. L’insuccesso non può stupire se si acquistano le soluzioni Ict come semplici strumenti plug & go, svincolati dalla natura dei processi di business critici. “Il ritardo – precisa Marco Perona – è legato a due aspetti principali. In primo luogo il fattore organizzativo, con la frequente difficoltà a comprendere che l’adozione di un nuovo sistema informativo deve necessariamente accompagnarsi a una rilettura, o addirittura a una reingegnerizzazione, della struttura organizzativa e dei processi, sia interni sia esterni. In secondo luogo, il fattore culturale, che spesso impedisce di comprendere che le soluzioni informative vanno impiegata a supporto dei processi di business per aumentare efficienza ed efficacia, e che vanno progettati, acquistati, installati e amministrati da un manager, il cui elemento culturale di partenza è, e deve essere, la comprensione profonda del business, degli obiettivi strategici e dei processi che l’azienda sviluppa per raggiungere tali obiettivi”. Gli imprenditori italiani dovrebbero visionare con più attenzione le statistiche internazionali diffuse dall’Ocse, che consentono di apprezzare quanto sia forte la relazione tra gli investimenti in Ict e il recupero di efficienza nelle imprese. Le Pmi italiane, a causa del loro basso tasso di investimento, tendono a mostrare una propensione minore delle imprese concorrenti verso questo recupero di efficienza, che invece potrebbe avvantaggiarle nella competizione internazionale proprio in virtù della qualità dei loro prodotti. Quanto detto non significa che nei distretti non vi siano attività che fanno leva sull’Ict per migliorare la situazione. Una linea di tendenza, per esempio, è di sviluppare azioni coordinate, in grado di coalizzare tra di loro alcune imprese, in genere di dimensione medio-piccola, attorno ai valori chiave del distretto: prodotto, tecnologia, materiali, qualità, servizio e altri aspetti. Si tratta di mettere in comune delle risorse, e non solo economiche, per crescere insieme sui versanti tradizionalmente deboli per le Pmi del Made in Italy, che riguardano ad esempio il marketing, l’integrazione di filiera, l’innovazione tecnologica e le relazioni interaziendali. In questo modo possono nascere strutture comuni in grado di rappresentare le aziende aderenti verso l’esterno, in termini d’immagine, attività fieristiche, contatto con il cliente, ricevimento ordini, confezionamento e spedizione dei prodotti, e di coordinare e supportare l’attività interna: dalle forniture alla gestione e tracciamento della produzione. Un esempio interessante è costituito dai marketplace e dai portali che supportano le relazioni delle aziende del distretto verso l’esterno. Gli esempi non mancano: Textile per il settore tessile, Metal C per il metalmeccanico, Arena forniture channel per il mobile, Optoidx per l’ottica.

“Non è difficile comprendere l’entità dell’apporto che un portale Web ben strutturato e ben interfacciato con i singoli applicativi aziendali può dare in termini di visibilità esterna unica e di coordinamento collaborativo delle attività interne – precisa Marco Perona -. E’ però necessario sottolineare che, per poter arrivare a tale risultato, bisogna risolvere una serie di inadeguatezze interne alle aziende, legate alla gestione condivisa dei dati, al tracciamento delle transazioni fisiche, ai sistemi di coordinamento e supporto. In particolare l’accento va messo sul controllo delle prestazioni e sui sistemi di supporto decisionale, come nel caso della pianificazione”. Realizzare un’infrastruttura Ict all’interno del distretto significa definire degli standard comuni, che vanno dal formato dei documenti alla codifica dei prodotti e delle componenti, e questo comporta che tutti devono dotarsi di un sistema informativo adeguato e per molte aziende, soprattutto le più piccole, si tratta di fare non solo un’operazione di aggiornamento, ma spesso un vero e proprio salto di qualità. “Non è facile convincere questi imprenditori del valore strategico di un sistema informativo adeguato all’infrastruttura che si sta costruendo nel distretto – spiega Andrea Rangone -. Paradossalmente, il sistema si muove molto più velocemente degli imprenditori. Così, mentre le associazioni di categoria, le Università, le Camere di commercio e lo stesso mercato spingono in questa direzione, le resistenze arrivano dal singolo imprenditore, che ha troppi dubbi. Spesso all’interno della sua azienda non ci sono figure professionali in grado di aiutarlo a decidere. Non parlo tanto di tecnici Ict, ma di manager orientati non solo al prodotto quanto alla dinamica complessiva dell’azienda, e quindi in grado di valorizzare la capacità di gestire le informazioni e i processi aziendali in modo integrato”. Abituato a una logica in cui tutto quello che gli necessitava stava nel suo “giardino”, l’imprenditore del distretto odierno, costretto a guardare all’estero, riesce a muoversi con difficoltà sia sui canali commerciali, che su quelli relativi alle informazioni e alle relazioni, soprattutto se si pensa a fornitori esteri. Così, quando decide di delocalizzare la componente a forte intensità lavorativa, portandola all’estero, rischia di rimanere comunque nella prospettiva di un “fai da te”, al massimo con qualche correzione. Ma scegliendo questa strada, come sempre più spesso accade, è lecito porsi una domanda: il modello gestionale che ne consegue è uguale o diverso? E nel secondo caso è valido come quello precedente? E’ evidente che la delocalizzazione produttiva significa amplificare le esigenze legate all’Ict. Un problema che l’imprenditore all’inizio rischia di non porsi; la scelta, anche in questo caso è legata alla riduzione dei costi di prodotto, ma le esigenze di migliorare i processi aziendali aumentano e per cambiare non basta una scelta, perché non è un’operazione che si può fare da un giorno all’altro. “Non ci sono ricette facili – conclude Andrea Rangone -, tutto si gioca sulla responsabilità del singolo imprenditore e sulla sua capacità di comprendere che si è aperta una nuova fase imprenditoriale e quindi bisogna tirarsi su le maniche e darsi da fare. E molti, per fortuna, lo hanno già capito”. La situazione dunque è in movimento. Il declino dei distretti industriali non è definitivo e sembra derivare più da una mancata reazione ai cambiamenti degli ultimi venti anni che non da elementi strutturali inderogabili. Forse, per dirla con Marco Perona “è ancora presto per mandare in pensione il concetto di distretto produttivo geografico, anche se oggi è più facile essere dalla parte del più tecnologico e trendy meta-distretto”!

Autore: ITespresso
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