Amnesty International: Social network e Web aiutano le rivolte democratiche

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Amnesty chiede il rispetto dei diritti umani agli Internet service provider che forniscono accessi a Internet, ma anche ai gestori mobili e alle piattaforme di social network e di comunicazioni digitali

Il ruolo di Facebook e Twitter, già studiato in passato in merito alle rivolte dei giovani in Iran, “sdoganato” nella vincente campagna elettorale di Obama, viene di nuovo messo sotto i riflettori da Amnesty International. Amnesty da anni analizza il fenomeno, tanto che in passato aveva per prima accusato i Big IT di essere “troppo conniventi” con la censura online in Cina. In seguito Amnesty aveva elogiato Google per la presa di posizione contro i filtri cinesi. Oggi invece promuove social network e Web per la capacità di “gettare semi democratici” e dare una spinta alle rivolte del Nord-Africa. Ma il Web non basta: ”Tuttavia, è in corso una dura rappresaglia da parte delle forze della repressione. La comunità internazionale deve cogliere l’opportunità del cambiamento e assicurare che il 2011 non sarà una falsa alba per i diritti umani”, mette le mani avanti Christine Weise, presidente della sezione italiana di Amnesty International.

Amnesty ha presentato il rapporto annuale quasi alla vigilia del 50° anniversario della fondazione dell’organizzazione. E dal rapporto emerge prepotenntemente il ruolo della blogosfera, di YouTube, Facebook e Twitter nel decapitare i regimi di Tunisia ed Egitto, all’insegna di rivolte pacifiche e democratiche. Tuttavia non basta, visto che nel 2010 casi di tortura o di grave maltrattamento sono stati documentati in almeno 98 paesi (contro i 111 del 2009), processi “ingiusti” in almeno 54 paesi, restrizioni illecite alla libertà in 89 paesi (contro le 96 del 2009), ed esecuzioni di condanne capitali in 23 paesi ed esecuzioni in 67.

Il rilascio di Aung San Suu Kyi in Myanmar e il Nobel per la pace conferito al dissidente cinese Liu Xiaobo (cancellato però dalla censura online della Cina), fanno comunque sperare. “La gente sfida la paura. Persone coraggiose, guidate soprattutto dai giovani, scendono in strada e prendono la parola nonostante le pallottole, le percosse, i gas lacrimogeni e i carri armati. Questo coraggio, insieme alle nuove tecnologie che aiutano le attiviste e gli attivisti ad aggirare e denunciare la soppressione della liberta’ di parola e la violenta repressione delle proteste pacifiche, sta dicendo ai governi repressivi che i loro giorni sono contati” mette in guardia Amnesty.

Ora la stretta su Internet avviene in Azerbaigian, Cina e Iran, dove temono l’effetto domino proveniente dal Nord Africa. Amnesty chiede il rispetto dei diritti umani agli Isp (Internet service provider) che forniscono accessi a Internet, ma anche ai gestori mobili e alle piattaforme di social network e di comunicazioni digitali. Quando regimi repressivi chiedono di staccare “la spina a Internet”, chi può dovrebbe opporsi con i mezzi legali che ha a disposizione.

Ricordiamo che l’ingegnere di Google in Egitto ha dato prova di come si possa dare una mano, in modo pacifico e concreto. Anche Twitter ha dato prova di come bypassare la censura. Solo un anno fa la censura colpiva Google in ben 25 paesi. Infine non va dimenticato il ruolo di WikiLeaks, che, svelando i cablogrammi degli ambasciatori, ha mostrato al mondo “il vero volto” dei regimi. Infine Amnesty ha messo a punto il Tyranny book, il Facebook dei dittatori.

Il ruolo di Web e social network nella rivolta in Egitto
Il ruolo di Web e social network nella rivolta in Egitto
Autore: ITespresso
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