Aziende high-tech nel mirino cinese. Europa e Usa corrono ai ripari

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Secondo una recente analisi BDO che esplora l’attuale tendenza dell’economia statunitense a contrastare la supremazia economica del colosso asiatico sulle merger & acquisition, la Cina è il primo acquirente in diversi settori industriali

Stati Uniti ed Europa corrono ai ripari contro le acquisizioni cinesi e le scalate alle aziende high-tech nei loro confini. Secondo una recente analisi BDO che esplora l’attuale tendenza dell’economia statunitense a contrastare la supremazia economica del colosso asiatico sulle merger & acquisition, la Cina è il primo acquirente in diversi settori industriali, in primis il chimico ove detiene il 24% del peso M&A, e ha chiuso il 2016 con +23,5% dei deal mid-market globali a valore e con +22,2% per volumi. 

La sfera economica occidentale si appresta a lanciare una vera e propria controffensiva nei confronti del consolidato gigante dell’industria globale, ossia la Repubblica Popolare Cinese: nonostante il recente taglio del rating da parte di Moody’s al colosso asiatico, che passa così da A1 a Aa3, Stati Uniti ed Europa continuano a monitorare il peso economico del Dragone. La sfida alla supremazia cinese si gioca sul terreno di acquisizioni e fusioni, con l’intento di arginare le scalate ai grandi gruppi industriali occidentali da parte di fondi di investimento e società asiatiche.

Secondo l’analisi BDO Technology Insight – April 2017 nel 2016 gli Stati Uniti si sono confermati il maggior target globale di investimenti esteri, con un flusso in entrata che si aggira sui 385 miliardi di dollari e un incremento dell’11% rispetto all’anno precedente, secondo i dati ONU. La maggiore fetta di questa cifra è stata generata da molteplici operazioni transnazionali di merger & acquisition, il cui valore totale è aumentato del 17% rispetto ai livelli 2015. Il crescente peso della Cina nelle operazioni M&A con target aziende americane, tuttavia, potrebbe spingere il governo degli Stati Uniti a stringere la morsa nei confronti degli investitori esteri attraverso il cosiddetto CFIUS, la Commissione per gli Investimenti Stranieri negli USA, facente capo al Dipartimento del Tesoro federale.

Fonte: BDO, Horizons 2017, issue 2
Fonte: BDO, Horizons 2017, issue 2

Questo organismo si occupa dell’analisi di tutti i deal che possono risultare nel controllo diretto di un’azienda americana o di un’infrastruttura critica nazionale, ovvero un asset definito come “vitale” per gli USA. Il CFIUS è anche responsabile della stima dell’impatto che il deal potrebbe avere sulla sicurezza nazionale. L’analisi dei deal da parte del CFIUS non è obbligatoria; tuttavia, molte aziende degli Stati Uniti decidono di segnalare volontariamente la transazione in corso al fine di tutelarsi; è il caso, per esempio di molte industrie hi-tech. I deal messi sotto stretta osservazione in questi ultimi tempi, infatti, sono soprattutto quelli relativi all’alta tecnologia e all’innovazione tecnologica, che prevedono una fuoriuscita non solo di business, ma anche di know-how tecnico e proprietà intellettuale. In questo specifico segmento, la Cina ha investito dal 2011 a oggi 18,2 miliardi di dollari in 679 deal. Gli investimenti sono più che quadruplicati tra 2012 e 2015, e nei soli primi nove mesi del 2016 si è assistito a un investimento cinese nelle aziende tech americane di 3,5 miliardi di dollari in 160 deal.

Per quanto riguarda l’Europa, è stata l’Italia, con il suo ministero dello Sviluppo Economico, a proporre l’introduzione di una specifica normativa europea che regoli l’acquisizione da parte di soggetti extraeuropei di società dal significativo capitale tecnologico, facilmente delocalizzabile. Si tratta di una preoccupazione che accomuna Italia, Germania e Francia, che lo scorso febbraio hanno indirizzato una specifica lettera al commissario per il Commercio Cecilia Malmström, chiedendo un rafforzamento delle protezioni europee in settori strategici. Nel caso la Commissione europea accogliesse la richiesta, si potrebbe arrivare a un disegno di legge governativo in cui inserire questa norma, prevenendo anche una soglia minima per gli obblighi di disclosure. A livello italiano, inoltre, sarebbe già pronta una bozza di decreto governativo sul cosiddetto “Golden Power”, che identifica i poteri speciali dello Stato azionista, in cui si cerchi di contrastare i deal di natura speculativa e predatoria.

Il timore globale nei confronti della Cina sembra essere più che fondato: secondo gli ultimi report Horizons, nei quali BDO traccia lo scacchiere internazionale delle operazioni di mergers & acquisitions, il colosso asiatico ha stabilmente incrementato la propria quota di deal globali per diventare il primo acquirente in alcuni settori industriali quali la chimica, nel quale detiene il 24% del peso M&A. La Cina ha chiuso il 2016 detenendo il 23,5% dei deal mid-market globali quanto a valore e il 22,2% per volumi.

Simone Del Bianco, managing partner BDO Italia
Simone Del Bianco, managing partner BDO Italia

Nonostante un generale rallentamento delle operazioni registrato da BDO nel primo trimestre del 2017, le stime rimangono più che positive per il colosso asiatico anche nel trimestre in corso: manifatturiero & chimico e tecnologia & media rimangono i due segmenti di punta, con un 51% delle opportunità di deal totali registrate nel Q1 2017. La top ten delle transazioni cinesi nel primo trimestre dell’anno, infatti, ha incluso sei deal nel manifatturiero e nel chimico, con grandezze in campo comprese tra 397 e 492 milioni di dollari.

Secondo le nostre stime, il governo cinese continuerà nel corso dell’anno a sostenere gli investimenti all’estero, per garantire alle imprese nazionali di costruire una presenza globale e compensare la sempre più debole crescita economica nel mercato domestico – commenta Simone Del Bianco, Managing Partner BDO Italia.Ci aspettiamo, comunque, che il governo cinese cerchi nel contempo di minimizzare gli investimenti di carattere puramente speculativo. La propensione a regolamentare a livello nazionale operazioni M&A da parte delle imprese cinesi ha un fondamento: abbiamo assistito alla cessione a imprese e fondi cinesi di società sportive di lunga tradizione, di aziende chimiche, di rami di utilities, di banche. Prima di procedere a un disegno di legge vincolante, tuttavia, occorrerebbe riflettere su tutte le operazioni di acquisizione straniere che si sono invece dimostrate di grande giovamento per le aziende italiane. Più che mettere paletti in termini di quote e valori assoluti, bisognerebbe analizzare caso per caso, come oggi avviene negli Stati Uniti. In questo modo, ci si assicurerebbe di non perdere occasioni importanti per la nostra industria nazionale e per il Sistema Paese.”

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