Bassi investimenti in IT: l’Italia arretra secondo Assinform

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Nell’ultimo decennio l’IT non è stata una leva per l’economia italiana: i ritardi strutturali sono evidenti, dall’e-government all’e-banking, fino all’e-commerce. Più lungimirante è il consumer italiano. Ma ora tocca alla politica voltare pagina

Il Rapporto Assinform 2008, presentato stamattina a Roma, afferma che da anni l’economia italiana cresce poco e con grande lentezza, anche perchénon ha saputo sfruttare l’It, al contrario degli utenti italiani consumer, che hanno invece trainato l’innovazione tecnologica in questo decennio.L’innovazione in tutto il mondo ha fatto da volano alla ripresa e comunque ha ampliato le opportunità, se incardinata nelle politiche economiche. L’Information Technology, quale motore della moderna economia, va considerata dalla politica economica una leva strategica per accelerare la crescita. Ma in Italia una politica sull’innovazione, storicamente caratterizzata da frammentarietà e discontinuità,non si è rivelata capace di tracciare nuove vie di sviluppo.

Nel rapporto Assinform, che mette a fuoco gli investimenti in Information Technology paragonandoli a quelli del Pil negli ultimi dieci anni, si fotografa la staticità che contraddistingue l’economia italiana: il confronto con l’Europa (2,3% nel 1998 e 2,7% nel 2007) e il Giappone (2,4% nel 1998 e 3,4% nel 2007) dimostra il ritardo italiano in tutta la sua drammaticità (1,5% nel 1998 e 1,7% nel 2007).

L’Italia è partita svantaggiata nel 1998 con investimenti It che rappresentavano l’1,5% del valore del Pil, quota che ci collocava ben al di sotto della media europea attestata al 2,3% e di quella dei paesi considerati;

ma la cosa più grave è che, dopo un decennio, l’Italia si ritrova a investire in It praticamente la stessa quota, equivalente all’1,7% del Pil, con una crescita dell’incidenza della spesa It sul Pil di soli due punti percentuali.

Nello stesso periodo gli altri paesi sono andati avanti. Nel 2007 la media europea di spesa è risultata del 2,7%, con una crescita di 5 decimi di punto. Ma per il Giappone oggi l’incidenza dell’It sul Pil risulta aumentata di 10 decimi di punto rispetto a dieci anni fa raggiungendo il 3,4% del valore, per la Francia gli 8 decimi di punto in più portano l’It a rappresentare una quota del Pil pari al 3,1%, per la Gran Bretagna 6 decimi di punto in più significano una spesa It pari a 3,5% del valore del Pil.

Il gap tecnologico italiano con i paesi nostri diretti concorrenti si è andato approfondendo.

In Italia in questi dieci anni, l’utilizzo dell’It è stato visto come mero supporto tecnologico alla stregua di altri– da cui deriva la limitatezza delle politiche di sostegno al settore fin qui attuate, dirette prevalentemente a incentivare l’uso di Pc – provocando un complessivo depauperamento qualitativo dell’economia.

Da questa grave sottovalutazione deriva il fatto che il Paese investe troppo poco per innovare l’It, in particolare non punta a valorizzare sistemi sviluppati dalle imprese in Italia per nuove e moderne applicazioni. L’innovazione It non viene promossa dalla politica economica del Paese, che non ha ancora messo l’ICT al centro dei propri piani d’innovazione industriale, come fa l’Ue nei suoi programmi di ricerca e sviluppo: si registra solo qualche timida iniziativa nell’ambito dei progetti d’innovazione industriale del Made in Italy.

Chi ha investito di più in It ottiene importanti ritorni in termini di produttività registrando le crescita più elevate. Nel periodo considerato la produttività in Gran Bretagna, Germania, Usa, Giappone aumenta con tassi a due cifre.

L’Italia non arriva al 2%, finendo per trovarsi non solo ben al di sotto della media europea, ma in una situazione di marginalità nell’economia globale.

In Italia, il 60% di domanda pubblica viene intrappolata nel circolo auto-referenziale delle società pubbliche in house. Un fenomeno che, come il Rapporto Assinform ha sottolineato più volte , è trainato dalla presenza anomala e crescente di società pubbliche locali di servizi Ict. Sono le cosiddette “software house comunali“, a cui si è riferita la Presidente Marcegaglia nel suo discorso d’investitura, quando ha fatto un parallelismo con il “panettone di stato”, che Confindustria ha combattuto per tanti anni.

Ma anche le imprese hanno difficoltà a impegnarsi nell’innovazione It, sia per il prevalere della piccola dimensione, sia perché ostaggio dei ritardi nei pagamenti da parte dei clienti pubblici.

L’Osservatorio Assinform sulle 30 principali società pubbliche in house operanti a livello regionale mette in evidenza come la loro intermediazioni aggravi la sofferenza dei pagamenti pubblici verso i fornitori, generando ritardi in media di oltre 8 mesi. Giorni e mesi di ritardo nel pagamento dei fornitori sono l’indice (debiti a fine anno divisi i costi verso fornitori) semplice, ma chiaro, dell’andamento del fenomeno. Se alla riscossione del credito da parte delle società in house seguono notevoli ritardi nei pagamenti verso i fornitori, questo è un evidente sintomo di difficoltà gestionali.

Nell’e-government l’Italia è il paese con il più basso tasso di utilizzo, 17% a fronte della media europea del 30%, della Spagna che ci supera con una quota del 26%, mentre gli altri paesi segnano tassi intorno o superiori al 40%.

Nell’e- banking c i troviamo all’ultimo posto in classifica con solo il 12% della popolazione che utilizza questo servizio, mentre la media europea si attesta al 25%, la Spagna ci supera con il 16% e il resto dei paesi registra quote di oltre il 30%.

Nell’e-commerce è decisamente ridotta la quota di vendite on line che realizzano le imprese italiane, pari al 2% del fatturato. Anche qui siamo dunque ultimi, ben al di sotto della media europea pari all’11%. La Spagna continua a superarci (9%), mentre gli altri presentano tassi di utilizzo dall’11% al 19%.

Tuttavia la realtà del Paese, per fortuna, è più articolata e complessa.

E’ vero che l’Italia presenta la più alta percentuale di popolazione che non ha alcuna capacità di usare Internet: 56% a fronte di una media europea del 40%. All’origine ci sono l’invecchiamento demografico e il ritardo della scuola italiana.

Perònon ci sono solo ombre nel nostro rapporto con l’It, ma anche eccellenze: siamo fra i paesi che hanno le più alte percentuali di persone con elevata capacità di utilizzo di Internet, pari al 9% della popolazione, quota inferiore solo alla Francia (12%), ma superiore alla media europea dell’8% e alle quote degli altri paesi.

Allora, il basso utilizzo dei servizi on line che si verifica in Italia si spiega per due ragioni: il fatto che oltre la metà della popolazione sia lontana da Internet;

il fatto che tali servizi spesso non siano all’altezza delle aspettative.

Per quanto riguarda i servizi pubblici in rete, ciò è stato evidenziato sia dall’Istat con un’indagine che dimostrava il calo di accessi ai siti della Pa, che constatato dallo stesso Cnipa . Anche le imprese devono rivedere le loro strategie sui servizi on line.

L ‘incremento del mercato It, calcolato sull’ultimo decennio che presenta una media del 4,4%, ci consente di capire quanta parte di Information Technology abbiano incorporato i diversi settori, mentre il confronto con l’andamento 2007/6, periodo che ha fatto registrare un incremento medio del 2%, apre una finestra sulle nuove tendenze e prospettive.

Banche e industria sono i maggiori acquirenti di tecnologie It: il sistema bancario da un trend decennale elevato, pari a + 4,9%, appare aver iniziato un rallentamento segnando, nel 2007 un incremento di appena l’1,7%;

l’industria, al contrario, nel decennio registra un incremento di solo 1,5%, mentre nell’ultimo anno segnala un’impennata negli investimenti It del 2%.

I dati sull’incremento della spesa It, insieme ad altri segnali positivi, come i successi nell’export del made in Italy, la dinamicità della medie imprese, la ripresa della It da parte delle piccole, fanno pensare che l’industria italiana, dopo una fase di dura selezione e ristrutturazione, sta dimostrando di aver iniziato un percorso verso nuove opportunità e livelli qualitativi più elevati: è giunto il momento giusto per sostenerla.

L’incremento più elevato di investimenti It nel decennio è stato da parte delle Tlc:

11,3%. Nell’ultimo periodo, invece, la spesa It appare in discesa. Il Rapporto Assinform 2008 si aspetta ora l ‘apertura di una nuova fase di investimenti, legate alle reti di nuova generazione.

La distribuzione aumenta la sua spesa a un ritmo al di sotto della media nazionale, intorno al 3,3% (3,2% 2007/06) I servizi, al contrario, stanno sempre allineati sulla media nazionale: nei dieci anni incrementano l’It del 4,4%, mentre nell’anno 2007 del 2,2%. Si può osservare che se la quota d’It incorporata finora in queste attività è discreta nel contesto italiano, tuttavia è molto bassa se paragonata a ciò che sta avvenendo in altri paesi.

L’andamento della domanda It della Pubblica Amministrazione è complessivamente al di sotto delle medie nazionali, se pur abbastanza differenziato fra amministrazioni locali e centrale. Per la Pac, nel decennio, l’incremento di spesa non va oltre il 2,8% , mentre il 2007/06 è un anno nero con – 3,2% di decremento. La Pal ha una dinamica molto più vivace: + 8% nel decennio, + 2,4% lo scorso anno. Non c’è bisogno di sottolineare quanto sia strategico per il Paese la modernizzazione dell’amministrazione pubblica e che errore sarebbe continuare a tagliare la spesa It come se si trattasse delle scrivanie o delle auto di servizio. Mentre sarebbe auspicabile una riqualificazione della spesa It che non va considerata un costo, ma un investimento.

La palma d’oro andrebbe però offerta ai cittadini italiani, che si dimostrano più evoluti di chi li amministra. Incrementando in dieci anni la spesa in nuove tecnologie del 7%, innalzata al picco del 10,5% nel 2007/06 per un valore di 1 miliardo di euro, gli italiani si confermano fortemente attratti dalle nuove tecnologie. Si potrebbe azzardare la tesi che le famiglie italiane stiano realizzando una silenziosa politica dal basso a sostegno dell’innovazione tecnologica. Pur in presenza di una notevole contrazione dei consumi, non rinunciano a investire nelle nuove tecnologie, a dotare le proprie case di Pc e connessioni, a tenersi aggiornati e ad aggiornare apparecchi e sistemi.

A questo punto tocca alla politica economica italiana voltare pagina.

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Autore: ITespresso
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