Anche Bing apre un modulo per il Diritto all’oblio

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Il motore di ricerca Microsoft Bing si adegua alla sentenza europea che vara il diritto all’oblio per i cittadini UE

Dopo le 70 mila richieste di rimozione planate su Google, sarà la volta di Bing. Il motore di ricerca Microsoft Bing si piega alla sentenza europea che vara il diritto all’oblio per i cittadini UE. Microsoft ha pubblicato il modulo online per richiedere al motore di ricerca Bing la rimozione di contenuti irrilevanti o superati, come afferma la sentenza. Bing valuterà le richeste pervenute.

Secondo StatCounter, Google detiene il 93% delle ricerche online in Europa, contro il 2.4% di Bing e l’1.7% di Yahoo!. Sebbene il market share di Bing in Europa sia meno di un decimo di quello di Google, non va dimenticato che il motore di ricerca è di default su Windows Phone, il sistema operativo dei Nokia Lumia, fra l’altro.

Nel frattempo è stato creato un sito Hidden From Google che chiede agli utenti di aggiungere i link rimossi dalla lista. Il diritto alla trasparenza e alla memoria dovrebbe essere priorità in una democrazia.

Bing apre al diritto all'oblio
Bing apre al diritto all’oblio

Il diritto all’oblio è una peculiarità europea. Il verdetto è nato dal caso Google Spain vs Agencia Española de Protección de Datos (Aepd), che ha coinvolto la Corte di Giustizia europea. Il verdetto della Corte di Giustizia europea, che sancisce il Diritto all’oblio sui motori di ricerca e sui social network: “Il diritto all’oblio è un terreno minato, criticato dai sostenitori della libertà d’espressione (free speech), ma chiesto a gran voce dai fautori del diritto alla privacy, desiderosi di rimuovere tracce digitali “non più rilevanti” da Internet. Una vittoria per la protezione dei dati personali, secondo il commissario della Giustizia dell’Unione Europea, Viviane Reding. Ma in realtà un tale diritto potrebbe mettere i bastoni fra le ruote al funzionamento dei motori di ricerca.Secondo Ernst & Young, la “sentenza europea è un terremoto per chi archivia dati”. La società d’analisi Ovum ha dichiarato: “La Corte sostiene che se anche un motore non può diventare un “controllore” di dati personali su siti di terze parti, esso è un “controllore” dell’indice del motore di ricerca che riporta i link a URL rilevanti, in base a parole chiave; in teoria esso può bloccare certi risultati di ricerca“.

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