Brevettabilità del software: il diavolo o l’acqua santa?

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Una proposta di direttiva che fa discutere anche i diversi Rami del governo europeo e che potrebbe mettere in difficoltà le nostre software house

Al momento della chiusura in redazione di questo speciale, la normativa è ancora sotto forma di proposta. Le società italiane e le piccole software house sono allarmate di fronte a una normativa che, secondo loro, le porterà direttamente alla tomba. Ma il quadro è ancora confuso anche tra le diverse istituzioni europee. Posizioni contrapposte tra il Consiglio Europeo e la Commissione da un lato e il Parlamento dall’altro. I primi sono favorevoli all’approvazione così com’è, mentre il Parlamento Europeo ritiene la normativa imperfetta e non vorrebbe apportare modifiche. “In qualità di consulente legale Bsa e di avvocato che si occupa di proprietà intellettuale – dice Simona Lavagnini dello studio legale Lgv di Milano e consulente Bsa – la mia personale posizione è che la proprietà intellettuale rappresenti un bene da salvaguardare e quindi la possibilità di brevettare delle implementazione del software può essere una possibilità per le aziende, sia internazionali sia nazionali anche per piccole aziende perché in realtà, il brevetto, si è dimostrato uno strumento di crescita potentissimo per la ragione che, nonostante si sia portati a pensare che solo le grandi aziende abbiano le risorse per finanziare ricerche e sviluppo e per pagare gli oneri alla brevettazione, l’invenzione scaturisce più dall’idea del singolo che la persegue piuttosto che dall’investimento massiccio. Ne consegue – spiega l’avvocato Lavagnini – che la possibilità di brevettare anche questi beni tecnologici sia essenziale in un’economia che da materiale si sta spostando verso l’immateriale. A livello europeo, non stiamo parlando della possibilità di brevettare dei metodi commerciali, perché sarebbe impossibile. Quello che la direttiva europea potrà consentire è lo sviluppo di macchinari i quali potrebbero non essere originali dal punto di vista meccanico ma esserlo per le modalità di interazione con il software. La pirateria del software commerciale in Italia è alta e si attesta attorno al 50%. È molto importante convincersi che, soprattutto per le imprese che hanno a che fare con i beni immateriali che rappresentano la loro ricchezza, vanno fatte riflessioni che tutelino l’investimento in risorse umane. La tutela arriva in due modi: una prima fase preventiva in cui si cerca di valutare il valore intrinseco del bene e successivamente un marchio che distingua la provenienza. Inoltre, bisogna prestare attenzione alla tutela giudiziale. In genere, ci si rivolge alla giurisdizione che consenta una tutela migliore. In Italia, per esempio, il settore del diritto industriale è quasi un’oasi felice perché recentemente abbiamo ottenuto: sezioni specializzate, 12 tribunali italiani che hanno competenza esclusiva sul diritto industriale (marchi brevetti, diritti d’autore…). Le aziende italiane, avendo una struttura tipicamente piccola o media, fanno fatica a seguire queste tematiche ed è difficile fargli credere il contrario. Le aziende che riescono a sopravvivere sono quelle che riescono a strutturarsi, che acquisiscono un esperto ingegnere brevettualista interno o che riescono a capire la tutela legale dei beni”, conclude Lavagnini. Finora, in Europa, il software è stato efficacemente protetto con il diritto d’autore, che tutela l’opera e il suo autore, ma non impedisce né alla società e nemmeno alle persone la possibilità di utilizzare le idee. “Su questi criteri di democraticità e uguaglianza – spiega Domenico Zucchetti, Presidente dell’omonima società – l’industria del software ha potuto svilupparsi, indipendentemente dalle dimensioni aziendali. L’introduzione del brevetto software porterebbe queste conseguenze: le aziende italiane ed europee perderebbero competitività perché troppo indaffarate a rincorrere i brevetti, molte Pmi sparirebbero dallo scenario nazionale ed europeo mentre le aziende che sopravviveranno saranno costrette a diminuire il personale. Noi abbiamo tentato di sensibilizzare l’opinione pubblica, ma la nostra azione è paragonabile a quella di una formica contro quella di un pachiderma”, conclude Zucchetti. Il software libero che cerca il singolo programmatore ha creato nel mondo del software un’evoluzione dello stesso. Ne è convinto Daniele Ugolini, Product Manager “il mondo di e” EsaSoftware -. “Bloccare tutto questo non porterebbe vantaggio e non c’è motivo di puntare sulla brevettabilità, si bloccherebbe la naturale evoluzione del software che è basato sull’idea e sull’imprenditorialità dei singoli. Le conseguenze immediate, se passasse questa normativa, sono da ricercarsi nell’aumento dei costi di accesso e verifica dell’esistenza di un determinato brevetto e il doversi difendere o attaccare preventivamente, perché in Italia è complicato brevettare. Se si dovesse brevettare in più continenti diventerebbe tutto più costoso. Credo che – conclude Ugolini – perdere la linfa vitale delle singole persone o microaziende che sviluppano di continuo il business, irrigidisca il sistema rendendolo meno libero, creativo, rallentandone l’innovazione del software”. .

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