Che lingua parla l’open source?

Management

Un piccolo gruppo di sviluppatori in Ruanda sta cominciando a lavorare
ad un progetto per produrre una versione locale di OpenOffice, una delle
alternative open source al software di produttività di Microsoft, ma ha
riscontrato un problema.

Così ci informa un articolo di David Becker apparso su CNET.News. Il Kinyarwanda, la lingua parlata dalla maggior parte della popolazione ruandese, non ha parole per designare molti concetti tecnici basilari o informatici, neanche la parola «computer», spiega Steve Murphy, organizzatore del progetto. Dopo aver discusso sull’opportunità di prendere a prestito termini dall’inglese o dal francese, piuttosto che utilizzate termini già presenti nella lingua in questione, il gruppo ha deciso per mudasobwa, che grossolanamente significa «qualcosa o qualcuno che non commette errori». Per progetti come quello del gruppo di Murphy, queste difficoltà sono solo le prime. Finora sono centinaia gli sviluppatori che hanno raccolto la sfida di tradurre software open source come OpenOffice o l’interfaccia KDE per Linux in lingue che vanno dall’Azerbaijani allo Xhosa. Secondo gli analisti, questi progetti potrebbero, a lungo termine, significare una minaccia alla preminenza di Microsoft nel settore desktop. Paesi o gruppi linguistici che non hanno per ora un mercato informatico che possa giustificare lo sviluppo di software commerciale proprietario si rivolgono naturalmente alle alternative open source, dicono. E quando invece questi mercati saranno abbastanza interessanti per Microsoft o altri produttori di software, l’open source sarà probabilmente forte quanto lo è ora Microsoft nei paesi sviluppati. Per ora, le cifre danno vantaggio all’open source. Windows XP, è disponibile in 47 lingue. Office 2003 supporta 34 lingue. Il progetto L10n di localizzazione per OpenOffice ha coperto per ora oltre 30 lingue e ne sono previste almeno il doppio. KDE, una delle più diffuse interfacce per Linux, è disponibile in oltre 40 lingue e altre 40 sono in lavorazione. Il browser open source Mozilla è disponibile in 59 lingue e il supporto per altre decine è in preparazione. La maggior parte delle lingue non merita l’attenzione dei produttori di software nel futuro immediato, dunque i progetti open source sono gli unici per produrre applicazioni di uso quotidiano. Con un solo paese al mondo a parlare questa lingua e il 90% della popolazione cui manca l’elettricità, dubito fortemente ad un interesse economico nel tradurre le applicazioni Microsft in Kinyarwanda, commenta Murphy. I progetti di traduzione non sono banali. OpenOffice, per esempio, contiene 20.000 stringhe di testo dalle caselle di dialogo alle librerie di aiuto – che vanno interamente tradotte nelle nuove lingue. Il supporto per caratteri e accenti diversi dall’inglese richiedono ulteriore lavoro, così come creare dizionari per il controllo ortografico e interfacce utenti intuitive. Robert Ludvik, a capo di un progetto per creare una versione slovena di OpenOffice, dichiara che ci sono volute 10 persone a lavorare per un anno per il lavoro di traduzione, lavoro comunque supportato dal governo in quanto parte di un piano nazionale di promozione del software open source. Anche Microsoft ha creato versioni slovene di Windows e Office, ma l’open source è più economico, oltre ad offrire maggiori opportunità per gli sviluppatori locali. Microsoft ha anche annunciato recentemente che renderà disponibili Office 2003 e Windows nei 14 principali dialetti indiani nei prossimi anni. Anche se molti di questi gruppi linguistici sono di entità da non giustificare economicamente lo sforzo, Microsoft si divide l’onere con programmatori del governo e delle università indiane che lavorano al programma Project Bhasha. Ma i leader indiani stanno dando la preferenza al software open source: OpenOffice è già stato tradotto in cinque dialetti indiani.

Autore: ITespresso
Clicca per leggere la biografia dell'autore  Clicca per nascondere la biografia dell'autore