Cinque regole d’oro

Aziende

A colloquio con Paolo Preti, professore della Sda Bocconi, sui temi dell’imprenditorialità nelle Pmi italiane e sulle priorità da rispettare per far sì che questo importante tessuto industriale mantenga la sua incisività

Incontriamo il professor Paolo Preti, direttore Master piccole imprese della Sda Bocconi, durante una manifestazione promossa da un’azienda italiana di software. Il suo intervento ha suscitato molti consensi e anche qualche applauso inatteso. Parla un linguaggio semplice e diretto, spiegando con estrema sintesi problematiche economiche di vasto respiro. Il suo modo di fare e la sua stessa figura suscitano in chi l’ascolta simpatia e ottimismo, e in un periodo tribolato come questo, un atteggiamento simile non può che essere apprezzato. Abbiamo quindi deciso di fargli qualche domanda per approfondire ulteriormente il tema delle Pmi. Secondo lei sono veramente in crisi le Pmi italiane e il loro modello d’imprenditoria? Non bisogna generalizzare, sono in crisi le aziende che si sono sedute su un successo di breve periodo. Molte imprese medio-piccole vedono la concorrenza cinese come un pericolo, in realtà il pericolo esiste solo per chi non è riuscito a innovare. Ma non credo che la crisi investa l’imprenditorialità. Certo bisogna saper rispettare quelle che io ritengo essere le cinque caratteristiche che sono la base del successo di un’azienda. In sintesi cosa dicono queste cinque regole? Le Pmi italiane sono nate con un forte radicamento sul territorio, questa è una condizione essenziale, perché nel loro territorio queste imprese sanno come muoversi, conoscono le persone che contano e c’è fiducia. Anche rispetto al tema della delocalizzazione produttiva bisogna fare attenzione, la testa dell’impresa deve rimanere nel territorio dove è nata e cresciuta. In secondo luogo, sono aziende sorte da un’idea imprenditoriale molto forte, naturalmente l’imprenditore deve innovarla e se è il caso anche cambiare strada, ma senza perdere d’occhio l’origine. E arriviamo al terzo punto: la diversificazione. Non bisogna eccedere, saper fare bene una cosa non significa fare bene anche le altre, quindi diversificare è giusto in caso di necessità,ma bisogna farlo all’interno di un business conosciuto. Poi, c’è il problema temporale, l’imprenditore non deve farsi prendere dal quotidiano, ma avere un’ottica di lungo periodo.Deve pensare all’azienda guardando al futuro anche con l’idea di trasmetterne i valori e i contenuti di base. Infine, il discorso finanziario, cioè i soldi. Questi sono un mezzo e non un fine, bisogna capire che chi si occupa di finanza non è un imprenditore, è un altro mestiere. L’imprenditore svolge un ruolo socialmente molto più importante ed efficace. Molti affermano che la crisi è dovuta anche all’incapacità di crescere di queste aziende. Lei concorda con questa osservazione? Attenzione, la crescita deve essere al servizio dell’azienda e non fine a se stessa. Non bisogna crescere a tutti i costi e non bisogna crescere a scapito delle fondamenta su cui è nata l’impresa. E’ anche vero, però, che ci sono persone che preferiscono accontentarsi, che scelgono il quieto vivere e la pigrizia, ma questo è un altro discorso, che riguarda l’imprenditore e la sua capacità di essere tale. Secondo lei cosa significa essere imprenditore? Di sicuro non è il proprietario, anche se ha una quota dell’azienda, e neanche un finanziere che ne ha comprato una parte, queste figure vogliono solo guadagnare, non conoscono il business. Non è neanche un manager che ha il compito di prendere decisioni per attuare una strategia. L’imprenditore è quello che ha avuto e realizzato l’idea su cui si fonda l’azienda. La persona che decide la strategia e la porta avanti concretamente. Ci sono tipologie di imprenditori a cui fare riferimento? Diciamo che ci sono imprenditori forti e deboli. Secondo lo schema: un prodotto, un mercato, una tecnologia, possiamo dire che l’imprenditore è forte quando riesce a presidiare questi tre aspetti o almeno due. Invece, è debole quando presidia solo uno di questi elementi. Per esempio basta pensare a un terzista, che si occupa solo del prodotto, o a un commerciante che presidia solo il mercato o a un inventore che ha pieno controllo della sua tecnologia, ma non è detto che sappia costruire e far funzionare un’azienda. In un periodo incerto e di grande e rapida trasformazione che consigli darebbe a un imprenditore? A livello organizzativo sottolineerei che il vero capitale sono le risorse umane, che vanno gestite e mantenute, perché in futuro saranno loro a scegliere l’impresa e non il contrario. Ma inviterei anche,se ci si circonda di persone capaci, di attuare processi di delega delle responsabilità, l’imprenditore, anche se vorrebbe, non può e non deve fare tutto. Anzi un altro elemento importante è la condivisione, prima di prendere le decisioni è giusto fare riunioni, che sono inutili solo quando sono gestite male, farle bene significa migliorare l’azienda. In questo modo si motivano i propri collaboratori e si riesce a fare quel gioco di squadra che è sempre più importante nell’economia di un’azienda. Infine aprirsi, rivalutare il territorio, farsi conoscere e godere di un’immagine positiva. Come mai molti imprenditori hanno forti resistenze verso l’Ict? La tecnologia quando è vista come fattore generico è percepita come qualcosa di sconosciuto, e quindi si resiste. Questo avviene quando si presenta un venditore e vuole vendere un prodotto standard. In questo caso è facile che l’imprenditore si chiuda a riccio. Non vuole essere una mucca da mungere. Se invece chi vende si propone con un prodotto personalizzato basato sulle effettive esigenze di quell’azienda, allora l’imprenditore può comprare. Insomma la chiusura dell’imprenditore non dipende solo dalle sue idee, ma anche da chi gli vuole vendere qualcosa. Anche ammettendo che ci sia resistenza nei primi momenti, se l’imprenditore si rende conto che quel prodotto fa il bene dell’impresa, le resistenze cadono, ma tutto deve funzionare, altrimenti torna ad arroccarsi sulle sue posizioni. Oggi si parla molto di avere all’interno una figura di riferimento forte per l’Ict, ma alcuni studi evidenziano come i tecnici non svolgano un ruolo positivo, anzi? Siamo di fronte a un chiaro caso di delega sbagliata. Non credo che questa figura di riferimento debba essere un tecnico, credo sia meglio optare per un manager. In ogni caso questa figura deve agire per far funzionare meglio l’impresa e non per aumentare il suo potere personale. Se no, si rischia di avere un sistema informativo stupendo e superaggiornato, ma del tutto inutile per l’azienda. Invece, questo manager deve conoscere quello che c’è sul mercato, ma scegliere quello che serve all’impresa. Secondo lei perché è importante avere un sistema informatico adeguato? Perché un vero imprenditore ha un orientamento di lungo periodo, la sua segretaria si occupa del presente, lui guarda al futuro e per farlo deve acquisire le informazioni che servono. E questo deve avvenire a livello interno, tramite il controllo di gestione e via dicendo, e all’esterno predisponendo dei sensori che gli permettano di comprendere in anticipo in che direzione si sta muovendo la realtà intorno a lui. Questo oggi è possibile solo usando dei sistemi informatici all’altezza della situazione, senza questo supporto l’azienda perde di efficienza e si distacca dalla realtà economica in cui dovrebbe vivere.

Autore: ITespresso
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