Disabile e cyber-bullismo, al via il rito abbreviato per Google

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L’ingegnere di Google Video sarà sentito oggi, mentre il 30 giugno si svolgerà la requisitoria del Pm Francesco Cajani. I quattro dirigenti di Google sono accusati di diffamazione e violazione della privacy. Le ragioni dell’accusa e della difesa

Oggi dovrebbe iniziare i l processo per rito abbreviato ai quattro dirigenti di Google. Lo riporta Reuters . Il rito abbreviato metterà fine alla vicenda giudiziaria che ha portat o in tribunale quattro dirigenti di Google, a causa di un video postato da studenti su Google Video. Oggi sarà sentito l’ingegnere, che aveva contributo alla creazione del servizio Google Video, mentre il 30 giugno si terrà la requisitoria del Pm Francesco Cajani.

Nel video veniva pesantemente molestato un ragazzo disabile, affetto da autismo. I dirigente di Google che dovranno affrontare il rito abbreviato sono Carl Drummond (ex presidente del cda e legale di Google Italy e oggi Senior vice presidente e dirigente del servizio legale), George De Los Reyes (ex membro del cda di Google Italy, ora in pensione), Peter

Fleischer (responsabile policy sulla privacy per l’Europa di Google) e Arvind Desikan (responsabile progetto Google Video per l’Europa) e devono difendersi dall’accusa di concorso in diffamazione e violazione della legge sulla privacy.

Il giudice Oscar Magi ha annunciato il rito abbreviato condizionato alla testimonianza di un ingegnere informatico, assecondando le richieste dalle difese degli imputati. In precedenza il giudice della quarta sezione del Tribunale, Oscar Magi, ha ammesso come parte civile il Comune di Milano nella persona del difensore civico (in relazione alla diffamazione) e l’associazione Vividown, offesa nel video per entrambi i capi di imputazione.

Lo scorso febbraio il padre del ragazzo aveva ritirato la querela a Google. Secondo il Times Online è un processo test: anche perchè il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, prima della bufera mediatica sulla sua vita privata, era intenzionato a usare il palcoscenico del G8 per “regolamentare Internet”.

Da quell’annuncio, molta acqua è passata sotto i ponti: lo stesso Premier è screditato sulla stampa internazionale e avrà forse ben altro a cui pensare al G8 de L’Aquila (a iniziare da temi caldi quali la recessione).

L’ indagine era stata avviata nel 2006. “Mentre ci preme rinnovare la nostra solidarietà alla famiglia del ragazzo e alla associazione Vividown, crediamo fermamente che questo procedimento non riguardi Google Video e quello che è successo, ma riguardi Internet come la conosciamo: un ambiente aperto e libero“, commentava un portavoce di Google, già lo scorso luglio. Il caso ViviDown potrebbe diventare un precedente, soprattutto per YouTube in Italia.

Vividown ha risposto alle accuse di censura, respingendole completamente: l’associazione, che difende il ragazzo autistico, usa quotidianamente Internet e non ha intenti censori.

A portare all’attenzione pubblica il caso, nel mondo anglosassone, è stata International Association of Privacy Professionals (IAPP). Google Italia si è finora difesa affermando di fornire un servizio come fa un postino (un semplice intermediario) e, appena le è stato segnalato il video incriminato, lo ha rimosso e ha permesso che i responsabili del reayo venissero identificati e affidati alla Giustizia italiana. Google non può essere considerata colpevole di un’intermediazione. Ma In Italia quattro manager di google Italia rischiano il carcere. “Google è un motore di ricerca, non un giornale“, ha spiegato l’avvocato Giuliano Pisapioa, tra i difensori di Google. “Tentare di fare in modo che piattaforme neutre siano responsabili dei contenuti messi online da loro utenti” è un attacco frontale a una rete Internet libera e aperta secondo i prioncipi della Net Neutrality. Google Italia ha sempre espresso solidarietà al ragazzo vittima, e ha espresso soddisfazione per il fatto che i colpevoli del reato siano stati identificati (anche grazie al terribile video) e puniti.

Una nota: l’altro giorno Google Italia ha chiuso una querelle con Vittorio Sgarbi. La fine del contenzioso ha dimostrato che: ” La cosa veramente importante è rappresentata dal fatto che questa decisione è una ulteriore conferma del principio secondo cui la piattaforma che ospita un contenuto creato da un utente non è responsabile del contenuto stesso“.

Autore: ITespresso
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