Doom 3

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Doom 3 ancora prima che uno sparatutto tridimensionale, andrebbe considerato un “gioco d’atmosfera”. Anziché tentare di riprodurre nuovamente i ritmi parossistici che furono il marchio di fabbrica del primo Doom, quelli della id Software questa volta hanno puntato tutto sull’immersione sensoriale. Quello che ne è scaturito è una sorta di “survival horror”, a suo modo lento e riflessivo, che pare la trasposizione videoludica di “Alien 2” di James Cameron. Il gioco, del tutto privo di una trama significativa, ruota intorno all’odissea di un marine spaziale costretto a farsi largo nei meandri di una base marziana, avvolto nella più totale oscurità e circondato da un’opprimente e indistinta minaccia demoniaca. Ombre sinistre, luci spettrali, urla agghiaccianti… E sangue a ettolitri. Id Software è ricorsa a tutti i cliché più efficaci, sperimentati in cent’anni di cinematografia horror, per fare di Doom 3 l’esperienza più angosciante che si potesse desiderare. Al di là della sceneggiatura degli “incontri”, un ruolo chiave nella creazione di questa atmosfera ansiogena è ricoperto dallo straordinario motore grafico che riesce a dar forma a ciò che nei videogiochi è normalmente lasciato alla fantasia del giocatore. La torcia elettrica che il marine impugna (e che gli impedisce di imbracciare contemporaneamente un’arma) apre continui squarci su ambientazioni dettagliatissime, caratterizzate da un livello di realismo che lascia a bocca aperta. Il cauto avanzare nel buio che ricopre tunnel, corridoi metallici e immensi macchinari industriali, è interrotto in modo esplosivo dall’apparizione di ogni genere di mostruosità. Da qui un susseguirsi di scontri frenetici ma circoscritti, in cui è imperativo sfruttare con parsimonia il proprio munizionamento, dal momento che non si dispone mai di tutte le pallottole che servirebbero. Purtroppo, da un certo punto in poi, i mostri, anziché spostarsi realisticamente negli ambienti, si materializzano dal nulla, rendendo il gioco un po’ troppo “casuale”, e facendo “traballare” la sceneggiatura. Comunque sia, anche se il gioco è fantastico sotto il profilo della tecnica e dell’atmosfera (le animazioni dei mostri valgono da sole l’acquisto del gioco), al di là dei furiosi combattimenti Doom 3 offre poco altro. L’interazione con i fondali è pressoché nulla (se si eccettua la consueta raccolta di armi, munizioni e medikit) e anche la fisica degli oggetti è appena percepibile. Qualche macchinario può essere sì azionato, mentre le schede magnetiche e i “videodischi” da recuperare si sprecano, ma si tratta sempre e soltanto di variazioni strumentali sul tema di “trova la chiave e apri la porta”, quando non di puri e semplici elementi di “colore”. E questo è anche uno dei motivi per cui la stessa azione, una volta che ci si è assuefatti alla paura, diviene piuttosto ripetitiva, complice anche l’assoluta linearità dei livelli. Nel complesso, una pietra miliare della tecnica, adatta a patiti delle emozioni forti disposti a barattare spessore e profondità in cambio di schizzi di sangue e urla agghiaccianti. Testi, audio e persino numerosi elementi grafici in italiano testimoniano un eccellente lavoro di localizzazione.

Autore: ITespresso
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