Dreamfall: the Longest Journey

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C’è chi ama sentirsi raccontare una bella fiaba…e chi preferirebbe giocare

A Dreamfall bisogna riconoscere un’attenuante sin dal principio: essere il seguito ufficiale della più bella avventura grafica di ogni tempo (?The Longest Journey?) è un fardello davvero pesante da portare sulle spalle. Ammessa questa scusante, però, è immediato rilevare l’intento doloso dei programmatori. Tolto il contenuto narrativo, Dreamfall non ha nulla, ma proprio nulla, a che spartire con il suo illustre progenitore. Tanto per cominciare non può essere definita un’?avventura?, dal momento che non comprende enigmi degni di questo nome e che tutto il gioco è caratterizzato da una sostanziale assenza di interattività: Dreamfall si guarda e si ascolta. I ?problemini? che scandiscono lo sviluppo della trama (dalla quale sono peraltro spesso slegati) hanno già in sé la propria soluzione: un oggetto nascosto proprio dietro un angolo, una conversazione inevitabile, una semplice consegna dopo una lunga galoppata? L’unica cosa sulla quale occorre riflettere brevemente, di tanto in tanto, sono i ?minigiochi? che simulano l’uso di uno strumento tecnologico per scassinare serrature, disattivare dispositivi elettronici o decifrare codici. Quasi che gli sviluppatori avessero voluto inserire in Dreamfall un qualche momento squisitamente ludico dopo essersi accorti di aver creato un ?film interattivo? (chi ha detto ?Farhenheit??) piuttosto che un gioco a tutti gli effetti. Questa sensazione viene rafforzata dalle orribili (è davvero l’unico aggettivo possibile) sezioni di combattimento arcade. Oltre a spezzare inutilmente il nesso narrativo dell’avventura e starci come un cavolo a merenda queste porzioni sono realizzate con una pochezza tecnica inaccettabile: solo un paio di mosse (e una sorta di parata) a disposizione, che vengono peraltro eseguite dal personaggio con un assurdo ritardo rispetto alla pressione del tasto corrispondente. Le sezioni ?furtive?, quelle in cui la protagonista deve spostarsi silenziosamente senza destare l’attenzione del prossimo, sono state realizzate con la medesima approssimazione e private, di fatto, di ogni significato ludico. Quello che resta è un gran bel racconto: conversazioni ricche (forse un po’ troppo lunghe e numerose), personaggi a tutto tondo e una trama solida e affascinante. Non mancano i cliché, le sdolcinature e qualche caduta di tono, ma è raro trovare in un videogioco un intreccio sviluppato così professionalmente. Tant’è che è proprio la narrazione (e null’altro) a fungere da stimolo per proseguire nel gioco: si accetta di subire la pioggia di ?pseudo-enigmi? e ?pseudo-combattimenti? solo per vedere ?cosa succederà dopo? e come si concluderà la storia. Una grafica tridimensionale davvero bella e un comparto audio struggente completano la cornice di questa bella favola. Perché soltanto di questo si tratta: il gioco è rimandato a una prossima volta.

Autore: ITespresso
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