È sempre allarme ‘verde’ per l’It

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La Green It Conference 2009 di Idc ribadisce come i data center siano una fonte di assorbimento energetico, ma possano anche fornire soluzioni per la salvaguardia dell’ambiente. Occorrono però importanti cambiamenti organizzativi

L’Information technology è stata in questi anni tanto un ostacolo quanto un aiuto per l’ambiente. Se al lato positivo possiamo ascrivere un certo livello di dematerializzazione commerciale e di aumento dell’efficienza, dall’altro lato pesa il consumo vorace di energia da parte dei data center, in misura ormai superiore a quella degli impianti siderurgici o di produzione automobilistica.

La Green It Conference 2009 di Idc è partita da dati piuttosto noti per tentare di capire come una sensibilità ambientale più o meno presente nelle aziende italiane e internazionali in genere possa tradursi in azioni concrete di intervento, compatibilmente con una congiuntura economica che impone di effettuare investimenti dal rapido ritorno.

Il primo dato di fatto, sottolineato da Roberta Bigliani, research director di Energy Insights, è che l’Ict “rappresenta oggi circa l’8% di tutto il consumo energetico dell’Unione Europea ed è destinato a crescere del 10% all’anno fino al 2020. In questo lasso di tempo, le emissioni di anidride carbonica associate all’Ict crescerà del 6% all’anno”. Personal computer, periferiche e stampanti sono i principali responsabili di questo fenomeno e il loro peso sull’impatto ambientale è destinato a salire dall’attuale 49% al 57% nel 2020. L’Ict è un grande inquinatore, in sostanza, può indurre risparmi su altri fronti (trasporti, processi integrati, sviluppo di prodotti “intelligenti”, per fare qualche esempio), ma è lavorando al proprio interno che potrà produrre concreti risultati di riduzione dell’impatto sull’ambiente.

Come? Qui il discorso si fa più controverso ed è collegato più a fattori strutturali e organizzativi che non semplicemente al periodo di crisi che stiamo attraversando. La sensibilità in linea generale, esiste, tant’è vero che, come rileva un’analisi di Idc, il 90% delle aziende testate su un campione europeo ha dichiarato di aver già in corso programmi di riciclaggio interno e, in misura inferiore ma comunque significativa, di controllo dell’efficienza nei consumi e nei processi distributivi. Spesso però non c’è l’It al centro di queste iniziative, la crescita nell’uso di tecnologie segue un proprio percorso, raramente è presente in azienda la figura dell’energy manager e gli spazi per la riduzione delle inefficienze è ancora molto elevato.

Arrigo Andreoni, presidente del ClubTi di Milano, ha portato l’esperienza del gruppo di lavoro che ha lavorato sul tema all’interno dell’associazione di It manager e professionisti del settore informatico: “Poche sono le aziende che hanno un reale piano energetico e solo il 17% ha messo a disposizione un budget dedicato. Il problema è che i costi connessi al consumo energetico dell’It rientrano nel conteggio generale e non sono imputati direttamente alla struttura It. Per ottenere un cambiamento reale, occorrerebbe partire da qui. Inoltre, i piani per la riduzione dei consumi danno payback medi di circa tre anni e oggi le aziende sono orientate a investimenti che hanno un ritorno entro un anno”.

Una strategia orientata al risparmio energetico, insomma, va letta in ottica di business ma sul medio periodo e richiede una disponibilità di risorse non trascurabile. Questo spiega la lentezza nell’adozione di iniziative di reale controllo di consumi ed emissioni nocive. Fra i pochi che hanno avviato un piano, c’è Eni, un’azienda che, a detta del suo Cio, Gianluigi Castelli, non ha mai lesinato troppo in termini di risorse economiche per progetti anche complessi. D’altra parte, Eni dispone di un’infrastruttura informatica molto consistente, con tanto di supercomputer e relativo consumo di potenza. Gli interventi effettuati, ha spiegato Castelli, vanno soprattutto in direzione della riduzione dell’energia necessaria per il raffreddamento delle macchine, del risparmio sull’alimentazione primaria e del riuso dell’acqua. “Ma abbiamo anche fatto analisi sul consumo del software e sull’uso intelligente dei dispositivi, sviluppando la sensibilità interna con azioni dirette e indirette”, ha puntualizzato il Cio di Eni.

La miglior occasione per avviare un percorso di Green It è ancora la partenza di un progetto di rifacimento del sistema informativo, com’è accaduto lo scorso anno all’Ospedale S. Raffaele di Milano. “Il nuovo progetto è strutturato per reggere la prevista crescita della capacità di calcolo legata alla struttura sanitaria e al campus. Scegliendo la strada della virtualizzazione, ma anche agendo sulla politica di sourcing, in direzione del noleggio, abbiamo stimato di poter ripagare i costi del rifacimento del data center in tre anni”, ha spiegato il direttore dei sistemi informativi Carla Masperi.

Se non si può approfittare di progetti comunque complessi, ci sono altre possibilità. In AtaHotels, per esempio, l’It ha scelto la via dell’outsourcing, per portare all’esterno non solo la soluzione al bisogno di business continuity e qualità del servizio, ma anche i costi legati alla gestione di un data center interno: “Per quanto è rimasto al nostro interno – aggiunge il Cio Giovanni Canzii – abbiamo svolto azioni mirate, per esempio ottimizzando l’uso delle stampanti o de materializzando il ciclo di possesso dei dati. Talvolta basta poco per dare la spinta giusta: accentrando l’acquisto dei toner abbiamo risparmiato 90mila euro l’anno. Non è molto, ma quando c’è una leva economica, tutte le decisioni passano più facilmente”.

Autore: ITespresso
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