Equo compenso, Confindustria digitale verso il ricorso

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Confindustria Digitale verso il ricorso contro l'Equo Compenso
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Confindustria Digitale contro Confindustria Cultura. L’Equo compenso, ritoccato dal ministro dei Beni Culturali Franceschini, torna a dividere

Confindustria Digitale prepara il ricorso, pronta ad impugnare il decreto sull’Equo compenso appena sarà reso disponibile. “Siamo pronti a fare ricorso. L’aumento del compenso per copia privata annunciato dal ministro Franceschini è ingiustificato e non tiene conto dell’evoluzione delle tecnologie e delle mutate abitudini di utilizzo da parte dei consumatori” ha dichiarato Elio Catania, presidente di Confindustria Digitale, chiedendo di rivedere radicalmente l’istituto del compenso per la copia privata e il sistema di raccolta e distribuzione del diritto d’autore: “Non si giustifica un aumento per il gettito della Siae di 2,5 volte rispetto al 2013, passando dai 63 milioni di euro ai 157 milioni stimati per il 2014, con un +150%. Aumenti che graveranno inevitabilmente sui prezzi e sui consumatori”.

Confindustria Digitale contro Confindustria Cultura. Non è che lo scontro sia inedito, mai però era arrivato alle soglie del tribunale. Al plauso di FIMI (che definisce il decreto equo ed equilibrato) corrisponde il gelo di Confindustria Digitale, pronta a ricorrere contro il controverso provvedimento. “Riteniamo che l’aumento dell’equo compenso per copia privata annunciato dal ministro Franceschini la settimana scorsa non solo sia una misura del tutto ingiustificata rispetto agli attuali trend tecnologici e di consumo, ma anche un segnale in contrasto con l’esigenza, riconosciuta prioritaria dallo stesso Governo Renzi, di favorire l’innovazione digitale nel Paese” ha sottolineato Elio Catania.

Il possibile ricorso di Confindustria digitale segue quello di Altroconsumo, che ha impugnato il decreto Franceschini al TAR Lazio. L’Equo compenso, ritoccato dal ministro dei Beni Culturali Franceschini, torna a dividere. Giudicato anacronistico nell’era dello streaming (solo il 10% degli utenti effettua la copia privata), è tornato alla ribalta il compenso per la riproduzione privata di fonogrammi e videogrammi previsto dalla normativa sul diritto d’autore (la 633 del 1941) e regolato dalla direttiva europa del maggio del 2001 (2001/29/CE).

Secondo Confindustria digitale, il decreto varato dal ministro Franceschini produrrà un rincaro del prelievo da equo compenso per copia privata oltre i 150 milioni di euro con un incremento di due volte e mezzo rispetto a quello annuale registrato sin qui. Un rincaro a tripla cifra che ricadrà sui consumatori: da 0,90 fino a 4,80 euro per gli smartphone, da 1,90 a 4,80 per i tablet, da 1,90 a 5,20 per i pc, e di 5,20 per le smart tv. Ma il ministro Franceschini aveva escluso in maniera categorica n aumento sui prezzi di smartphone, tablet ed altri dispositivi e supporti tecnologici, fra l’altero sempre più urgenti anche nella scuola digitale. In seguito all’entrata in vigore delle nuove tariffe, i cittadini italiani pro-capite, dovranno sostenere un equo-compenso più elevato rispetto ad ogni altro Paese europeo con la sola eccezione della Francia. Peccato che a Parigi – fa osservare l’avvocato ed esperto di digitale Guido Scorza – il Consiglio di Stato francese abbia “annullato il provvedimento di determinazione delle tariffe dell’equo compenso per copia privata”.

Confindustria Digitale verso il ricorso contro l'Equo Compenso
Confindustria Digitale verso il ricorso contro l’Equo Compenso

La risposta di Siae, la Società Italiana Autori ed Editori, non si è fatta attendere. Il direttore Gaetano Blandini è scesa sul piede di guerra, a fianco di Confindustria Cultura: “Catania continua a sostenere che la copia privata sia ingiustificata e soprattutto che rappresenti interessi unilaterali: o Catania non sa bene come funziona l’economia, oppure è in malafede e vuole vendere l’Italia alle grandi multinazionali tecnologiche che pagano le tasse in altri Paesi e che non contribuiscono allo sviluppo del nostro. Sostenere la creatività italiana, invece, significa tutelare un settore produttivo dell’Italia che traina tutta l’economia nazionale, e che fornisce contenuti per le nuove tecnologie, senza i quali le multinazionali, che Catania difende, non guadagnerebbero un euro“. Una difesa “ideologica” dell’Equo compenso, mentre gli investimenti Ict dell’Italia si attestano al 4,8% del PIL contro la media UE28 del 6,5% del PIL (fonte: Rapporto Assinform 2014).

Confindustria digitale, infine, osserva che il gettito da equo compenso che si raccoglierà in Italia sarà pari al 25% del gettito totale europeo. Ma a nessuno risulta che l’economia italiana rappresenti un quarto del PIL europeo. Forse i conti dell’Equo compenso non tornano. E magari è il caso che, alla vigilia del semestre europeo, il presidente del Consiglio Matteo Renzi prenda in mano lo scottante dossier. Pur schierandosi a favore della tutela del diritto d’autore e della lotta alla pirateria, un aumento del 150% è fuori da ogni logica, mentre sale a 25 miliardi di euro il Gap Ict, il divario digitale fra Italia ed Europa.

Autore: ITespresso
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