Equo compenso, il no della UE al Decreto Bondi

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La sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea mette uno stop all’estensione dell’Equo compenso dai supporti fisici ai player Mp3. L’opinione di Confindustria Cultura Italia

Come previsto, l’Equo compenso rivisto dal Decreto Bondi è tutto da rifare. “L’art. 5(2)(b) della Direttiva 2001/29 deve essere interpretato -afferma la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea – nel senso che è necessario un rapporto tra l’applicazione dell’equo compenso per copia privata in relazione ad un dispositivo o supporto ed il suo utilizzo per l’esecuzione di una copia privata“.

Con il decreto Bondi sull’equo compenso è stato esteso il prelievo da parte della SIAE di una quota di prezzo destinato a remunerare gli autori per la copia privata (prima previsto solo su CD, DVD vergini e masterizzatori) a tutti i dispositivi dotati di memoria, come telefoni cellulari, decoder, console di videogiochi.

Una sentenza attesa che accogliamo con soddisfazione” così Paolo Ferrari, Presidente di Confindustria Cultura Italia, plaude alla decisone della Corte di Giustizia Europea riguardo alla questione dell’equo compenso per i titolari dei diritti delle opere d’ingegno soggette a copia privata. “La sentenza sulla copia privata emessa venerdì scorso dalla Corte di Giustizia Europea rappresenta una prova tangibile della corretta interpretazione delle finalità e delle funzioni della direttiva europea emessa nel 2001, a tutela e a parziale risarcimento del diritto d’autore.

La Corte Europea riunita a Lussemburgo ha, infatti, stabilito che sui supporti di riproduzione acquistati da professionisti a fini diversi dalla realizzazione di copie private, non si deve pagare il compenso. Questo punto, oggetto della controversia, è ribadito con chiarezza anche dalla normativa italiana. “L’Italia –commentaFerrari- anche in quest’ottica è coerente con l’Europa, dato che già prevede esenzioni per gli usi professionali e delle pubbliche amministrazioni. Si tratta quindi di distinguere l’uso professionale o privato di un dispositivo o di un supporto, questione risolvibile con i protocolli applicativi”.
I dubbi sulla legettimità del Decreto Bondi in merito all’ampliamento del raggio d’azione dell’Equo compenso (definito l’ultimo balzello italiano), erano sorti fin da subito. L’Equyo compenso rivisto alla luce del Decreto Bondi in Italia aveva fatto lievitare i prezzi di iPod e lettori Mp3. L’Equo compenso è finito anche al giudizio del Tar del Lazio. Ma ora la Corte di Giustizia ha stabilito che “l’indiscriminata applicazione dell’equo compenso, in particolare, in relazione a dispositivi o supporti distribuiti a soggetti diversi dai consumatori e evidentemente riservati ad usi diversi dall’effettuazione di copie private, è incompatibile con la disciplina europea contenuta nella Direttiva 2001/29“.

In 23 su 27 paesi UE non esiste nulla di simile all’Equo compenso  e i colossi hi-tech, da Nokia a Samsung, da Sony Ericsson a Telecom, hanno chiesto l’annullamento.

La SIAE “costa agli autori, ai discografici e ai fruitori di opere musicali protette (quindi ai consumatori) 13,5 milioni di euro all’anno“. Lo rivela uno studio dell’Istituto Bruno Leoni che fa i conti in tasca a Siae e a tutte le sue inefficienze. Secondo una precedente inchiesta di Altroconsumo, il personale Siae è costosissimo, pesa per il 76% sui cont i della società autori ed editori, e i costi della macchina sono esagerati rispetto alla tutela del copyright in Usa e Uk. Infatti i paesi anglosassoni spendono il 17% in meno per il diritto d’autore, mentre la Siae costa 193 milioni di euro all’anno (e così si spiega perché non riesce a rinunciare al famigerato bollino Siae, bocciato dalla Cassazione e dalla Corte europea).

Equo Compenso Siae
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Autore: ITespresso
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