Eric Schmidt: Il diritto all’oblio va in rotta di collisione con il diritto a sapere e alla trasparenza

Autorità e normativeAziendeMarketingMercati e FinanzaNormativaSocial media
Eric Schmidt: Il diritto all'oblio va in rotta di collisione con il diritto a sapere e alla trasparenza
1 0 1 commento

Pioggia di critiche sulla controversa sentenza della Corte di Giustizia europea, che sancisce il Diritto all’oblio sui motori di ricerca. Google sta già ricevendo richieste di rimozione di informazioni personali, dopo il verdetto che sancisce il diritto di essere dimenticati nel mondo digitale. Le conseguenze dell’inapplicabile sentenza: quale impatto avrà sul diritto alla trasparenza

Google sarà costretto a costruire un'”armata di rimozione” in ognuno dei 28 Paesi dell’Unione europea, per stare al passo con la marea montante di richieste di diritto all’oblio. Ma le richieste andranno non solo recepite, ma in precedenza autenticate, per avere la certezza che provengano dai soggetti legittimi. Il verdetto della Corte di Giustizia europea, che sancisce il Diritto all’oblio sui motori di ricerca e sui social network, è stato criticato dall’Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati, che esprime scetticismo sulla sentenza, e da Jimmy Wales di Wikipedia, che prevede una necessaria, dura lotta da parte di Google contro la decisione, perché in Europa si rischia la cortina fumogena della censura. La sentenza stabilisce che un cittadino europeo che consideri irrilevanti o non aggiornate le informazioni (seppur legittime) che appaiono sul proprio conto fra i risultati delle ricerche online, possano chiederne la de-indicizzazione dai motori di ricerca, facendo richiesta a Google e ai search engine.

Il caso Google Spain vs Agencia Española de Protección de Datos (Aepd), che ha coinvolto la Corte di Giustizia europea, sta già provocando le prime conseguenze: secondo Reuters, Google sta già ricevendo richieste di rimozione di informazioni personali, dopo il verdetto che sancisce il Diritto all’oblio nel mondo digitale.

Come già riportavamo ieri: “Il diritto all’oblio è un terreno minato, criticato dai sostenitori della libertà d’espressione (free speech), ma chiesto a gran voce dai fautori del diritto alla privacy, desiderosi di rimuovere tracce digitali “non più rilevanti” da Internet. Una vittoria per la protezione dei dati personali, secondo il commissario della Giustizia dell’Unione Europea, Viviane Reding. Ma in realtà un tale diritto potrebbe mettere i bastoni fra le ruote al funzionamento dei motori di ricerca. Secondo lo studio Latham & Watkins, andranno messi a punto criteri per distinguere persone pubbliche (per cui è necessaria la trasparenza e di cui bisogna conoscere tutto) e individui privati: ma ciò comporterà costi extra per i serch engines. Anche secondo Ernst & Young, la sentenza europea è un terremoto per chi archivia dati”.

Eric Schmidt: Il diritto all'oblio va in rotta di collisione con il diritto a sapere e alla trasparenza
Eric Schmidt: Il diritto all’oblio va in rotta di collisione con il diritto a sapere e alla trasparenza

Secondo Ovum, “La Corte sostiene che se anche un motore non può diventare un “controllore” di dati personali su siti di terze parti, esso è un “controllore” dell’indice del motore di ricerca che riporta i link a URL rilevanti, in base a parole chiave; in teoria esso può bloccare certi risultati di ricerca“. Così, però, il motore di ricerca soddisferà agli obblighi di “data controller”, quelli respinti dalla Direttiva sulla Protezione Dati del 1995. Un portavoce ufficiale di Google entra nel merito della notizia e commenta: “Si tratta di una decisione deludente per i motori di ricerca e per gli editori online in generale. Siamo molto sorpresi che differisca così drasticamente dall’opinione espressa dall’Advocate General della Corte di Giustizia Europea e da tutti gli avvertimenti e le conseguenze che lui aveva evidenziato. Adesso abbiamo bisogno di tempo per analizzarne le implicazioni”. Secondo Index on censorship e Open Rights Group, si tratta di un verdetto al confine con la censura e le limitazioni alla trasparenza e alla libertà d’espressione.

Anche l’Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati esprime scetticismo verso una sentenza, frutto di “una direttiva scritta nel 1995, quando internet era agli albori e i motori di ricerca nemmeno esistevano“. Inoltre, l’Istituto tricolore addebita aalla Corte l’ applicazione di un doppiopesismo: “Una inedita divaricazione di discipline – quasi due pesi e due misure giuridiche – rispetto all’interesse pubblico astratto comportato da un’informazione (ad esempio una notizia pubblicata sul sito di un editore) e all`interesse legittimo dell’utente (noi non avremmo tema di definirlo diritto, anche alla luce dell`art. 10 della Cedu) all’accesso concreto all’informazione nell’era digitale“. L’Istituto chiede l’intervento della Corte Europea dei Diritti dell`Uomo: “L’interesse pubblico astratto alla notizia finisce, nella ricostruzione interpretativa della Corte, per pesare di più dell`accesso concreto ad essa, mediante motore di ricerca. Tutto questo non ci pare al passo coi tempi e con le tecnologie dell`informazione e della comunicazione“.

Il Chairman di Google Eric Schmidt vede molte questioni sollevate dalla sentenza, a iniziare dalla collisione fra il diritto ad essere dimenticati e il diritto a sapere. Nell’era della trasparenza e degli Open data, un controsenso. Inoltre Google non può attrezzarsi con un’armata di esperti di rimozione dei contenuti e di link controversi, in ciascuno dei 28 Paesi dell’Unione europea. Google e i motori di ricerca non sono in grado di entrare nel merito sulle rimozione: chi può giudicare chi ha diritto all’oblio? Ma poi: chi controlla il controllore? Anche i criteri per determinare chi è legittimato ad avanzare richieste di rimozione rimangono fumosi: parametri che potrebbero perfino danneggiare il pubblico interesse, secondo Jeffrey Rosen, docente di diritto alla George Washington University e a capo del National Constitution Center. Per eccesso di cautela o errori umani, i motori di ricerca potrebbero perfino cancellare link necessari all’ecosistema dell’informazione. Per accertarsi che le richieste provengano dai soggetti legittimi, le richieste di rimozione andranno autenticate.

Secondo StatCounter, Google detiene il 93% delle ricerche online in Europa, contro il 2.4% di Bing e l’1.7% di Yahoo!. La società BGC Partners ritiene che Google potrebbe automatizzare un processo di take-down come ha fatto con i video di YouTube per motivi di copyright: il sistema ContentID scansiona i video caricati sul servizio di video condivisione. Ma se anche non si riuscisse a mettere in piedi un sistema in automatico, gli extra costi per pagare uno staff a 15 dollari all’ora, sarebbero irrisori per Google, un’azienda prossima ai 60 miliardi di dollari di fatturato. Ma il motore di ricerca rimane deluso da una sentenza che potrebbe minare (ed interferire con) la libertà d’espressione. Anche Yahoo! si dice preoccupata da un verdetto che mette i bastoni fra le ruote a un Open Web e a una libera Rete, su cui si allunga l’ombra della censura.

La sentenza fa acqua da ogni buco e pare inapplicabile, oltre che farraginosa e contraria alle richieste di trasparenza che giungono dalla società alla politica e viceversa. È la Rete bellezza, con tutta la sua glasnost e la sua memoria d’elefante.

Clicca per leggere la biografia dell'autore  Clicca per nascondere la biografia dell'autore