Facebook, Berlusconi e il fascino (in)discreto dei Log

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Il Viminale chiude un delirante gruppo anti berlusconiano su Facebook. Ma il problema non sono i social network, bensì il cyber-monitoraggio. Le capacità di controllo delle attività degli utenti (Log) dovrebbero soltanto fare contenti gli organi inquirenti, di polizia e di monitoraggio politico sulla Rete

Da un anno su Facebook era visibile, e pare molto cliccata, una pagina dal titolo criminogeno (o almeno delirante e inquietante): Uccidiamo Berlusconi. Un titolo, un reato. Ora il Viminale, sotto l’egida del ministro Maroni, interviene chiudendo la pagina di Facebook contenente le minacce al premier Silvio Berlusconi. E fin qui, nulla da eccepire, anzi, un dovere.

Ma osserviamo che esplode, ancora una volta, il fenomeno, tutto italiano, del cyber-bavaglio ai deliri e alle fanfaronate online: la strisciante tentazione di seguire Cina e Iran sul terreno della censura preventiva e del Grande Firewall contro i cyber-dissidenti. Mentre, nell’occidente democratico, la censura è a posteriori: a reato commesso. Anzi, stupisce che il sequestro della pagina su Facebook avvenga dopo un anno, mentre su Ecn.org (Isole nella Rete) i sequestri di siti erano all’ordine del giorno o quasi.

In altre parole, il Ministro Alfano, il ministro Maroni e lo stesso Premier Berlusconi, oggetto delle minacce, dovrebbero essere sì preoccupati per il clima di odio verso gli avversari, che dilania l’Italia; ma dovrebbero essere anche soddisfatti per aver scoperto i Log (numero Ip, dati, identità associate eccetera) di ben 12mila utenti, potenziali cyber-criminali (o solo fanforoni digitali). Ciò che hanno commesso “E’ apologia di reato, anzi peggio. E’ un problema di cultura: se passa il messaggio che uno può scrivere impunemente queste cose, c’è poi il rischio che a qualcuno venga in mente di metterle in atto“, ha concluso il ministro Alfano.

Ci permettiamo di ricordare al ministro che le c apacità di monitoraggio delle attività degli utenti (Log) dovrebbero soltanto fare contenti gli organi inquirenti, di polizia e di controllo politico sulla Rete.

Facebook, che non cancella i Log e non anonimizza i dati degli utenti, non è uno spazio di libertà o anarchia digitale (o, almeno, solo all’apparenza): è soprattutto un’agorà dove tutto ciò che passa, può essere vagliato, monitorato, passato sotto la lente telematica di Polizia Postale e Magistrati, oltreché politici e giornalisti. Un perfetto Panopticon (vedi il filosofo Foucault).

Oscurare le pagine contenenti minacce, è doveroso. Ma, a volte, si previene un potenziale reato monitorando certi trend online, piuttosto che ostacolando a priori i cyber-diritti in Rete. La funzione sociale di Facebook come Panopticon o ronda digitale, dovrebbe essere una chiave di lettura da non sottovalutare per il governo. Su Internet non si trovano arsenali, come scrive Zambardinosul suo blog , ma si possono disarmare potenziali terroristi (o fanfaronia colpi di bit): purché la censura alla Rete non sia “alla cinese” o “all’iraniana”, ma sia ispirata ai principi delle liberal-democrazie, rispettando i cyber-rights dei Net citizen (cittadini della Rete).

Update (23-10-2009): Se la Cia investe nei social network , un motivo ci sarà.

Leggi The Inquirer: Facebook con licenza di uccidere?

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