Fahrenheit

Management

Si allunga la lista delle "promesse non mantenute"…

Fahrenheit è un gioco molto difficile da giudicare,dal momento che,per molti versi, è persino difficile da classificare.Il suo proposito parrebbe essere soltanto quello di raccontare una storia ma,per raggiungere questo obbiettivo,da un parte rinuncia volontariamente alle meccaniche classiche dell’avventura,mentre dall’altra riesce soltanto a scimmiottare alcuni dei più scontati paradigmi cinematografici. Nella sostanza si tratta di un thriller del quale possiamo impersonare ben quattro personaggi,passando a nostro piacimento da uno all’altro. L’interazione con l’ambiente è gestita essenzialmente attraverso micro-movimenti del mouse: durante il gioco, in certe circostanze e in talune posizioni,appaiono delle icone che suggeriscono le uniche azioni possibili e il movimento da riprodurre con il mouse per compierle.I dialoghi,a scelta multipla,sono gestiti in modo analogo:un determinato movimento del mouse corrisponde a un argomento specifico che il nostro alter-ego introdurrà nella conversazione in corso. In tutto il gioco non compaiono mai enigmi degni di questo nome, soltanto semplici azioni debolmente collegate tra loro che permettono alla storia di proseguire, in un susseguirsi di filmati che,soprattutto dopo la prima ora di gioco,appaiono come inevitabili e rigidamente inanellati l’uno all’altro. Mancando del tutto una meccanica di fondo, si è tentato di riempire a forza questa catena di filmati con una serie di minigiochi,che stridono in maniera palese con il contesto. Una scelta davvero inspiegabile in un titolo che parrebbe invece puntare tutto sull’immersività.Ecco allora comparire in scena,come i cavoli a merenda,i “rythm game” (sezioni in cui si deve ripetere una determinata sequenza di tasti), prove di energia (che consistono nel premere ripetutamente due tasti per eseguire una qualche sorta di gesto atletico) e test di riflessi: tutte cose già viste (e biasimate) in Shenmue,Dragon’s Lair e in mille altri film interattivi degli anni 90. Anche i molti bivi che la storia parrebbe offrire,dopo la prima ora di gioco si rivelano per quello che sono: illusioni, sistemate ad arte per celare un trama essenzialmente lineare, inamovibile,che conduce a forza verso tre finali,uno più deludente dell’altro.Anche la trama,infatti, dopo le allettanti promesse iniziali, si dimostra dilettantesca e sempre più raffazzonata man mano che ci avvicina alla settima ora,l’ultima necessaria per completare il brevissimo Fahrenheit.Sta di fatto che,anche il suggestivo, sovrabbondante,quasi ipnotico montaggio cinematografico (con tanto di split screen,stacchi, inquadrature sghembe,flashback e chi più ne ha più ne metta) non riesce a mascherare a lungo l’inconsistenza della sceneggiatura. Se si considera che anche la grafica non è lo stato dell’arte e che soltanto il doppiaggio in italiano e (soprattutto) la colonna sonora strappano un plauso,perché allora un gioco simile si guadagna la sufficienza? Semplicemente perché se il giocatore si concentra e si lascia testardamente trasportare dall’illusione, Fahrenheit può davvero strappare qualche emozione. Sarà che non si fa in tempo ad annoiarsi, sarà che Fahrenheit ricorda vagamente un bel film,sarà che ci si affeziona ai personaggi perché non c’è proprio niente altro da fare… D’altronde anche una bella scenografia di cartone, se non la si guarda troppo a lungo (e si evita di sbirciare dietro) può davvero apparire come un paesaggio mozzafiato: se questo vi basta, qui siete serviti. Sconsigliato vivamente agli amanti delle avventure grafiche (perché farsi del male?) non può invece mancare nella collezione di coloro che amano filosofeggiare nei forum sul “futuro dei film interattivi”,sull'”arte videoludica”e sulle “nuove frontiere del videogioco come metafore della vita”… Vabbè.

Autore: ITespresso
Clicca per leggere la biografia dell'autore  Clicca per nascondere la biografia dell'autore