Fake Data, perché i consumatori danno informazioni personali false alle aziende

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Una ricerca RSA evidenzia come un italiano su tre fornisca informazioni false alle aziende, anche per il timore di un trattamento dei dati non idoneo. Oltre alle sanzioni le aziende mettono in gioco la reputazione del brand

I dati sono il nuovo “oro nero”, lo dicono le aziende, devono averlo pensato anche i consumatori. Sì perché da una ricerca RSA sembra sempre più importante il fenomeno per cui i consumatori falsificano i dati online per evitare di condividere le vere informazioni personali con le aziende. Alla base di questa scelta ci sarebbero i dubbi sull’utilizzo reale delle informazioni da parte proprio delle imprese. 

Secondo la ricerca RSA (campione di 7.500 consumatori in Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti con l’obiettivo studiare fino a che punto si spingerebbero per proteggere le info e relativo impatto) un italiano su tre fornisce informazioni false e il 64 percento ritiene che la reputazione di una azienda  in termini di gestione dei dati dei clienti abbia influenzato le proprie scelte di acquisto.

Poiché la ricerca è condotta a livello mondiale il Bel Paese in verità mostra una popolazione di “sinceri” (ma non tra i giovani per cui il dato sale al 47 percento); infatti nel mondo è ben il 41 percento ad ammettere di aver intenzionalmente falsificato le informazioni personali e i dati al momento della registrazione per prodotti e servizi online, rivelando un deciso scetticismo. 
Il 56 percento dei consumatori italiani (percentuale allineata con il resto del mondo) dichiara poi che eviterà di fornire dati personali a un’azienda che sa aver venduto o utilizzato i dati senza consenso in passato.

E per quanto riguarda i comportamenti intelligenti invece solo il 64 percento dei rispondenti alle interviste in Italia sembra lasciarsi influenzare nelle decisioni di acquisto dalla reputazione dell’azienda rispetto alla gestione dei dati, mentre a livello mondo questa percentuale è del 78 percento, con il 69 percento che decide poi di boicottare completamente l’azienda.

Quanto conta l’integrità dei dati

Gli italiani però si preoccupano specialmente di quelli che sono stati anche in passato, da subito in ambito e-commerce, i rischi più evidenti, per cui la protezione delle credenziali bancarie e finanziarie e delle informazioni di sicurezza, come le password (81 percento), quindi furti monetari, di identità e la pubblicazione di informazioni imbarazzanti.

Con una consapevolezza decisamente in crescita rispetto anche solo a qualche anno fa. Falsificare è una cosa, omettere informazioni ne è un’altra. E’ la via in questo caso scelta addirittura dall’ottanta percento degli italiani del campione che limita la quantità di dati immessi nelle reti aziendali.

In attesa dell’entrata in vigore completa del GDPR, anche da punto di vista sanzionatorio (per le aziende), possiamo dire che gli attori sono avvisati. Da una parte il Regolamento li punirà se non avranno ottemperato alla normativa che prevede tra l’altro la massima trasparenza sul furto di informazioni, dall’altro saranno puniti dai clienti che – sembra in un caso su due in Italia – manifestano l’intenzione di non voler acquistare prodotti da un’azienda che sa aver avuto poca cura dei propri dati, con il 61 percento che addirittura è incline a incolpare l’azienda più che chiunque altro se i dati vengono persi.

Da un lato quindi è un buon segnale che i consumatori comprendano il valore dei propri dati e puniscano o premino le aziende che ne mostrano cura, dall’altro però rileviamo come si sia ancora nell’età dell’innocenza al riguardo, con un terzo degli intervistati italiani che ritiene che le le aziende che possiedono più dati siano in grado di offrire prodotti migliori e più personalizzati.  

Non siamo del tutto d’accordo ma non siamo stupiti più di tanto. Più volte abbiamo espresso il dubbio sul fatto che  l’intelligence sui dati, gli analitycs nutriti anche dalle potenzialità delle tecnologie di intelligenza digitale, saranno sfruttati dalle aziende prima “per fare business” poi eventualmente, e forse, per soddisfare effettivamente i bisogni dei clienti e consentire loro di risparmiare o di avere servizi migliori.

Non ci incantano le sirene del marketing per cui le due cose dovrebbero coincidere, ma sembra anche che siamo in minoranza. Secondo la ricerca, infatti, oltre un quarto del campione italiano fornirebbe i propri dati con piacere con l’obiettivo di migliorare la customer experience e il servizio. Pensiamo che il valore di quanto abbiamo ceduto sia sempre stato molto maggiore di quanto ci è mai tornato indietro, almeno fino ad oggi.

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