Fif-Confesercenti: il franchising in Italia è in salute

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Secondo il rapporto presentato da Fif-Confesercenti, nell’ultimo anno marchi e punti vendita hanno fatto rispettivamente registrare +7.8% e +7.2%, con un giro totale di affari di circa 19 miliardi di euro

In Italia, sono 45.751 i punti vendita in franchising e rappresentano il 6% del totale degli esercizi del commercio al dettaglio che operano nel nostro Paese. E nell’abbigliamento la percentuale sale addirittura al 10%.

Rispetto allo scorso anno, si è realizzata una consistente espansione sia dei marchi sia dei punti vendita: rispettivamente, hanno fatto registrare +7.8% e +7.2%, pari a 64 marchi in più e a un incremento di circa 3.000 unità dei punti vendita, cui è corrisposto un aumento del personale occupato del 5,3% e una buona performance del giro d’affari (+8,7%), che sfiora perciò i 19 miliardi di euro.

Questi, in sintesi, i risultati dell’indagine che Fif-Confesercenti ha commissionato alla società gruppo-Publimedia e che ha interessato quest’anno 102 franchisor, pari a circa il 12% dell’universo dei franchisor italiani.

Un franchisor su dieci non ha punti vendita dirett i, il 30% ha un solo punto vendita diretto, un altro 30% ne ha tra 2 e 20 e il restante 30% ha più di 20 punti vendita diretti. Ne risulta che, in media, il 25% dei punti vendita sono gestiti. Il responsabile del franchising è donna nel 22% dei casi.

Il grado di internazionalizzazione tende ad aumentare: 4 franchisor su 10 hanno un responsabile sviluppo estero; il19% è presente all’estero con punti vendita diretti (come lo scorso anno); il 27% ha contratti con un master franchisee (era il 25% l’anno passato) e il 20% ha altri tipi di contratti. Molti (uno su quattro) utilizzano più di una modalità di presenza.

Come si poteva ipotizzare, i paesi dell’Europa occidentale sono quelli in cui maggiore è la presenza dei franchisor (43%). Una quota consistente (21%) è però presente anche nei paesi dell’Europa Orientale. Discreta la presenza negli USA e nei paesi dell’Estremo Oriente.

Rispetto allo scorso anno, è in aumento la quota di franchisor che intende espandersi all’estero con la formula del master: tale modalità di espansione è indicata dal 40% dei franchisor che hanno partecipato all’indagine. Segue a distanza (16%) l’apertura di punti vendita diretti.

Le aree dove si prevede una maggiore espansione sono i Paesi dell’Europa dell’Est (Ucraina, Romania e Russia) e l’Oriente (Asia, Cina, e Giappone).

Se si confrontano i dati delle imprese presenti sia nel campione dello scorso anno sia in quello di quest’anno, si nota che più della metà (57%) ha aumentato i punti vendita, un quarto li ha mantenuti costanti e la restante parte (18%) li ha diminuiti.

Nel gruppo delle aziende che hanno allargato la rete, l’aumento medio dei punti vendita è stato del 10%, in particolare nel settore immobiliare e nella cartoleria. Processi di razionalizzazione e ristrutturazione hanno interessato invece il settore informatico. Per quanto riguarda i costi e i requisiti richiesti per l’avvio di un attività in franchising, sale l’investimento iniziale: si è passati da una media più vicina ai 70 mila euro a circa 80 mila euro. Cresce anche il numero di franchisor che prevede la fornitura iniziale (64%).

In aumento pure la quota di franchisor che richiede un diritto di entrata. Nella maggioranza dei casi (57%) la fee è contenuta entro i 10 mila euro.

Risulta invece in calo quest’anno la percentuale di franchisor che richiede il pagamento di una royalty. Ne chiede infatti la corresponsione meno della metà dei franchisor. Prevale (due terzi dei casi) la richiesta di una royalty commisurata al fatturato, invece che in cifra fissa. La percentuale oscilla dall’1 al 5%, con punte del 20% e una media di circa il 3% (in lieve calo). Pochi i franchisor che non prevedono l’attribuzione di un’esclusiva di zona (15%), mentre il 96% richiede una formazione iniziale.

Oltre che quasi tutti i capoluoghi di regione, Le aree a più alta densità di punti vendita in franchising sono la gran parte delle province lombarde e venete e la zona costiera del tirreno centro-meridionale. La Sardegna è la regione con la più bassa diffusione di Pvf, immediatamente seguita dalla Val D’Aosta. Da notare che tra le regioni del Centro-Nord quella con minor densità di Pvf è la Toscana.

Appartiene al settore informatica, elettronica, sistemi di sicurezza circa il 5% del totale dei Pvf operanti in Italia, la cui distribuzione territoriale ricalca quella generale relativa a tutti i settori, ma con una scarsa presenza di Pvf in Calabria, nelle Marche e in Liguria. Tale situazione potrebbe dipendere da un’ancora scarsa domanda di tali servizi e prodotti innovativi da parte sia delle imprese sia della Pubblica Amministrazione.

Autore: ITespresso
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