Foodora la spunta (per ora). I riders non sono dipendenti e vince la gig-economy

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La sentenza del Tribunale del Lavoro di Torino contro i riders di Foodora, non riconosciuti come lavoratori dipendenti, riapre il dibattito sui problemi mai risolti della gig-economy

Il tribunale del Lavoro di Torino ha dato ragione a Foodora e respinto il ricorso dei fattorini in bicicletta, i “riders” che avevano intentato la causa contro l’azienda tedesca per l’interruzione del rapporto di lavoro dopo la loro mobilitazione del 2016, durante la quale era stata contestata la diminuzione della paga oraria (da circa 5 euro a circa 3 per consegna).

In pratica secondo il tribunale di Torino i riders non possono essere considerati lavoratori dipendenti e quindi l’interruzione del rapporto di lavoro da parte di Foodora è del tutto legittima e come normali “fornitori” l’azienda non ha infranto nessuna regola a fare semplice a meno di loro. Foodora, in attesa di leggere le motivazioni della sentenza,  a tal proposito precisa che nessun rider coinvolto nelle richieste di ottobre scorso è stato licenziato e a tutti è stata data la possibilità di rinnovare il contratto in scadenza. 

Con la sentenza si avallano in pratica i “nuovi” rapporti di lavoro in stile gig-economy, quindi di lavori a bassa qualifica, rigorosamente on-demand, senza alcun contratto indeterminato o di lavoro dipendente, ricorrendo però a ritenute d’acconto, co.co.co, in alcuni casi anche con partita IVA, ma comunque tante, troppe somiglianze rispetto ai lavoratori dipendenti.

Foodora Rider

Non devono essere state tante però da motivare il Tribunale del Lavoro di Torino in questa occasione. I rider per esempio, secondo quanto riportano oggi i quotidiani nazionali, sembra che potessero cambiare turno a piacimento, non avessero alcun vincolo riguardo il numero di consegne mensili, ma allo stesso tempo poi venissero monitorati sulle prestazioni, sui tempi di consegna.

Un affare spinoso, quello dei lavoretti in stile gig-economy, che sembra non soddisfare nemmeno i manager delle realtà che ne fanno ricorso, che riconoscono come in questi casi si entri effettivamente in una zona grigia, mal regolamentata, ma soprattutto mal regolamentata oramai da un trentennio.

In fondo quello dei lavoratori di Foodora è infatti un caso solo per alcuni aspetti anomalo, ma molto simile al lavoro dei Pony Express. Viene da chiedersi perché nessuno si sia preoccupato mai di mettere la parola “fine” a questi problemi.

E nel “trentennio” si potrebbero tranquillamente chiamare in causa come del tutto inadempienti al mandato i governi di centrodestra come di centrosinistra, se ancora oggi alla fine si deve ricorrere ai tribunali per redimere vicende come questa. La questione poi solleva una serie infinita di problemi, che stanno riguardando non solo l’Italia.

Nel caso specifico di Foodora, da un lato il consumatore apprezza di ricevere cibo a casa a basso costo, ma dall’altro, quando si trova dall’altra parte della barricata pretende giustamente il rispetto dei propri diritti di lavoratore.

Al centro resta l’unica verità e cioè che ad arricchirsi non sono certo i rider, e non è nemmeno chi riceve il cibo a casa. Tuttavia Foodora, contrariamente a quanto si pensa e a quello che in prima battuta anche ITespresso ha commentato avendo scelto di stipulare con i rider contratti di collaborazione coordinata e continuativa , versa sia i contributi Inps sia l’assicurazione Inail  in caso di infortunio su lavoro. E comunica che, sempre a carico dell’azienda, è stata inoltre stipulata un’assicurazione integrativa in caso di danni a terzi. 

A guadagnarci sono comunque soprattutto le aziende che operano in regime di gig-economy, che restano gli anelli forti della catena, a quelli deboli non resta che spezzarsi prima o poi, ma è comunque la catena sociale nella sua interezza – alla lunga – ad andare in pezzi. Ora si attende il ricorso, ma non rimarremmo stupiti nello scoprire che con questo quadro normativo, sia proprio questa la sentenza che ci si sarebbe dovuti aspettare. 

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