Fotografare con poca luce

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Impariamo a scattare anche quando c’è poca luce,senza l’aiuto del flash.Cavalletto e stabilizzatore d’immagine sono spesso indispensabili per una buona riuscita.

Quando si parla di luce ambiente si intende in genere la luce disponibile che, in fotografia, porta con sé anche il concetto di luce scarsa. Non si parla solamente della luce in interni, fornita dal sole che entra dalle finestre o irradiata da lampadari accesi. Anche in esterni ci possiamo trovare spesso nella condizione di luce scarsa, e non solo di notte. Per esempio quando il cielo è nuvoloso o c’è brutto tempo, quando fotografiamo verso sera o alle prime luci del giorno. O, ancora, quando scattiamo tra i vicoli e le strade strette di paesi e centri storici. Sono tutte situazioni in cui la luce non consente di scattare a mano libera, con tempi sufficientemente rapidi. La prima cosa che viene in mente di fare è usare il flash. Non sempre però la potente luce del lampo permette di mantenere una particolare atmosfera. Fotografare in condizioni di luce scarsa senza l’aiuto di flash, spesso non è una semplice necessità, ma una vera e propria tecnica espressiva. Per esempio, abbiamo davanti a noi un soggetto che deve la sua bellezza proprio ai tagli di luce, al gioco di luci e ombre che mette in risalto alcune parti, piuttosto che altre. Con un colpo di flash, tutto questo andrebbe perso, anche se probabilmente ci faciliterebbe il lavoro. Un buon fotografo non cerca mai la scorciatoia. Pensa invece a come realizzare l’immagine migliore della situazione che deve riprendere. Cosa serve Tutti gli apparecchi fotografici permettono di fotografare a luce ambiente, sia le reflex sia le compatte. Ma gli apparecchi più adatti a questo tipo di riprese, sono quelli che consentono di escludere gli automatismi di esposizione e di messa a fuoco. Gli automatismi infatti, quando si trovano in situazioni critiche, qual è la poca luce, non sono in grado di fornire risposte soddisfacenti. Sta all’esperienza del fotografo impostare la messa a fuoco corretta, e selezionare tempo e diaframma che, in quella particolarissima situazione, offrono il migliore risultato. Tra gli accessori indispensabili, c’è il cavalletto. Ci permette di realizzare fotografie nitide, anche con tempi di esposizione lunghi o lunghissimi, addirittura di decine di secondi. Senza arrivare a questi eccessi, il cavalletto è indispensabile pure per quelle riprese con un tempo di scatto di 1/60 di secondo, sovente considerato sicuro. Per quanto abbiamo la mano ferma, anche con questo tempo si rischia di avere un leggero micromosso, che determina una minore definizione dell’immagine finale. È causato dall’inevitabile tremolio della mano, e dalle quasi inavvertibili vibrazioni impresse alla macchina al momento dello scatto. Altrettanto utile è ricorrere all’autoscatto, pur avendo la fotocamera montata sul cavalletto. Quando si preme il pulsante con tempi lunghi, si trasmette un po’ di movimento che, per quanto piccolo, può pregiudicare la qualità della foto. Soprattutto se intendiamo stamparla in grande formato. Con l’autoscatto, passano quei pochi secondi, 2 o 10 in genere, che consentono di stabilizzare nuovamente l’apparecchio. Su molte compatte sono inoltre diffusi i cosiddetti sistemi di stabilizzazione, in grado di eliminare o minimizzare le vibrazioni durante le riprese. Sono per lo più usati sulle compatte dotate di potenti zoom, perché anche l’uso delle lunghe focali genera il rischio mosso, e sugli obiettivi destinati alle reflex. Panasonic, tra i primi produttori a introdurre questi sistemi sulle compatte, ha deciso da tempo di equipaggiarne tutte le macchine, a prescindere dalla potenza dello zoom. Konica Minolta, invece, ne ha sviluppato uno montato direttamente sulla fotocamera, anziché sugli obiettivi, che agisce sul sensore Ccd. Tra gli accessori, non vanno dimenticati i pannelli riflettenti. Si tratta di semplici pannelli di tessuto, ripiegabili, dalla superficie bianca oppure argentata, che troviamo nei negozi di fotografia specializzati. Possiamo anche costruirli da noi. Una lastra di polistirolo bianco, di quello usato per l’imballaggio, spessa un paio di centimetri e grande circa 50×100 cm, è ciò che ci serve. I pannelli servono a schiarire le ombre, facendo convergere la luce disponibile verso le parti più scure. Nel nostro caso sono utili quando realizziamo ritratti in casa, con la sola luce che arriva dalla finestra o quando scattiamo in esterni in pieno sole. In tali situazioni abbiamo sempre una parte del soggetto molto in ombra. Il pannello, posto dalla parte dell’ombra con la superficie bianca per esempio rivolta verso la finestra, ne riflette la luce e rischiara le ombre. Un altro fattore da tenere presente, è la luminosità dell’obiettivo. Sulle ottiche vengono sempre riportati dei numerini preceduti dalla lettera f/. Il valore indica l’apertura di diaframma massima consentita. Sugli zoom, in genere, si ha un’apertura variabile a seconda della focale utilizzata. Per esempio: f/3.5 in posizione grandangolare e f/16 per quella tele. Alcuni, più costosi, hanno un’apertura fissa per tutte le focali. Più piccolo è il numero, maggiore è l’apertura del diaframma offerta e quindi maggiore è anche la luminosità dell’ottica. Poter disporre di un obiettivo più luminoso significa poter usare tempi di posa più corti, perché l’apertura del diaframma è più grande e lascia entrare più luce. Gli obiettivi molto luminosi costano di più e di conseguenza fanno alzare il costo della compatta e anche le sue dimensioni. Per le reflex vale lo stesso discorso. Se compriamo un’ottica luminosa, spenderemo di più.

I sistemi di messa a fuoco automatica difficilmente funzionano nelle condizioni di poca luce. La maggior parte di essi sono del tipo passivo, cioè si basano sul contrasto del soggetto. Se questo è poco illuminato anche il suo contrasto è basso. Alcuni apparecchi affiancano al sistema passivo, quello attivo. Si tratta di un piccolo flash a luce rossa che scatta quando premiamo il pulsante di scatto e illumina il soggetto, in modo che il sensore dell’autofocus possa misurare la distanza che lo separa dalla macchina. Si tratta, però, di un dispositivo che funziona solamente sulle brevi distanze. Per risolvere la difficoltà, possiamo ricorrere a qualche trucco, come la messa a fuoco per sostituzione. Puntiamo un soggetto più illuminato, distante da noi quanto quello che vogliamo fotografare, e mettiamo a fuoco; dopodiché inquadriamo il soggetto vero e scattiamo. Molte compatte dispongono del blocco della messa a fuoco, che consente questo escamotage. Basta premere a metà corsa il pulsante di scatto, reinquadrare e schiacciare a fondo. La fotocamera tiene in memoria la messa a fuoco iniziale. Per avere la certezza del fuoco, in situazioni molto complesse può essere utile ricorrere al sistema manuale. Su molte compatte il fuoco manuale non è così preciso, né tantomeno agevole. Se la quantità di luce lo consente possiamo raggiungere una maggiore nitidezza, agendo sulla cosiddetta profondità di campo. Con tale definizione si intende ciò che è perfettamente nitido davanti e dietro il soggetto. L’area di fuoco dipende dalla lunghezza focale dell’obiettivo e dalla chiusura del diaframma. La profondità di campo aumenta con il diminuire della lunghezza focale, cioè verso le focali grandangolari, e con la chiusura del diaframma, quindi sui valori più alti. Diminuisce nel caso contrario. È comunque meglio, se possibile, impostare un diaframma più chiuso, piuttosto che uno più aperto, che mette in evidenza i difetti delle ottiche, soprattutto se non sono di ottima qualità. È consigliabile anche usare una focale più grandangolare, o aumentare un po’ la distanza che intercorre tra noi e il soggetto.

L’articolo continua sulla rivista Fotoidea n.2

Autore: ITespresso
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