Gestionali, Erp ed e-business

Aziende

Il 2002 potrebbe essere l’anno dell’effettiva affermazione delle Piccole e Medie Imprese. Gartner Consulting ha svolto un’indagine per capire il percorso di avvicinamento alle tecnologie da parte delle PMI e quali siano gli ostacoli.

II 2001 è stato un anno di grande cambiamento nel profilo e nel clima competitivo. La globalizzazione ha cominciato a mordere soprattutto le imprese più esposte sul mercato internazionale. In questo cotesto le tecnologie in quale misura sono ancora un’opzione o sono diventate una necessità anche per le Pmi? Quali le modalità d’acquisto utilizzate da questa tipologia di mercato? Quale la loro disponibilità ad appoggiarsi a un modello Asp? E in definitiva, quale la percezione di strategicità delle nuove tecnologie come strumento per accompagnare cambiamenti strutturali all’interno delle imprese? Gartner Consulting ritiene che il vero ritardo italiano sia un ritardo di capacità strategiche e di modelli organizzativi. È ciò che emerge da una ricerca di valenza nazionale, che la società di analisi di mercato ha svolto per Sap. Come primo step è stato fornito solo un set di tutti i dati raccolti, che si riferisce all’area di mercato del Nord-Ovest e, in specifico, a due mercati quali il tessile e i beni di largo consumo (non food). Nonostante ciò, si può comunque sostenere, che si tratta di risultati indicativi di comportamenti generalizzabili a tutto l’universo delle piccole e medie imprese italiane che, come tali, servono da spunto per delle riflessioni. Quali sono le aree più strategiche indicate dalle Pmi e quali i cambiamenti realmente in atto? A parte le risposte più scontate che prevedono la focalizzazione dell’attenzione in direzione di aree quali vendite, produzione e in parte gli acquisti, bisogna capire cosa sta dietro a queste risposte e quali i fenomeni che generano tali risposte. Per esempio, nella produzione sono due gli elementi da valutare con attenzione: l’innovazione dei processi e quella dei prodotti. In questo momento c’è una forte carica innovativa nelle Pmi, sia nei processi che nei prodotti, influenzata dalla sempre più accentuata competizione su scala internazionale. In particolare si registra una riduzione crescente del ciclo di vita del prodotto che determina un’intensità innovativa ancora maggiore. Dietro l’innovazione dei processi, invece, vi è l’evidenza di una costruzione di reti produttive sempre più lunghe, reti di partnership, ma anche processi di delocalizzazione verso paesi emergenti dell’Europa Orientale. Questo non fa altro che generare una domanda di governo dei processi emergenti sempre maggiore. Allo stesso modo, la focalizzazione sulle vendite dipende dalla formazione di reti lunghe di distribuzione di vendita, di partner esterni. Si è in presenza di un processo di transizione da una piccola e media impresa “nucleare” a una Pmi estesa verso il modello della grande impresa, organizzata a rete. Il focus sugli acquisti è molto più forte nel largo consumo che sul tessile, per ragioni di struttura interna dei settori; si è di fronte a una domanda che deriva dalla necessità di ridurre i costi di acquisto. La focalizzazione sulla logistica deriva da un lato dalla necessità di rendere più efficienti i processi logistici, ma nasce sicuramente da un aumento del grado di reticolarità dell’impresa, quindi dalla necessità di governare un processo che esce dai confini aziendali, e coinvolge il mondo dei fornitori e dei distributori. E quindi anche questo è il segno di un aumento di complessità delle Pmi, di una crescita delle transazioni fisiche tra punti diversi della rete, che richiedono strumenti evoluti di governo. Un aspetto degno di nota è sicuramente l’attenzione alle persone, che denota una sensibilità crescente all’interno delle Pmi sulla strategicità delle risorse umane. Poi ci sono due elementi intangibili: il fenomeno della formazione di un’impresa diversa da quella tradizionale e la necessità di integrare tutti gli aspetti, passando da un’impresa strutturata per funzioni a una strutturata per processi. Esiste allora la domanda di tecnologie nelle Pmi? Sì, ed è forte. La mappatura delle aree aziendali che sono coperte da strumenti gestionali integrati, tipicamente soluzioni Erp, prevede un grado di copertura piuttosto consistente. Bisogna tenere sempre presente che si tratta di aziende del Nord-Ovest, che rappresentano a tutti gli effetti l’Italia più avanzata. Ma anche queste risposte, che sembrano così ottimistiche, vanno commentate, e denotano alcuni elementi molto indicativi dei comportamenti delle Pmi. Se si guarda la tipologia di soluzioni prevalente nell’ambito delle soluzioni gestionali integrate, che l’indagine ha suddiviso in gestionali ed Erp, risulta che le soluzioni gestionali sono prevalentemente il risultato di progetti e processi di sviluppo ad hoc di tipo incrementale nel tempo. In qualche modo, quindi, questo percorso ha costruito sistemi informativi all’interno di ciascuna Pmi molto caratterizzati, molto privatistici, e integrati a posteriori. Tutto il contrario rispetto a quelle realtà dove sono prevalse modalità di sviluppo di progetti e soluzioni attraverso l’adozione di strumenti Erp, vale a dire soluzioni in prevalenza basate su pacchetti standard, che vengono successivamente customizzati. Da questi risultati emerge una riluttanza tradizionale delle Pmi verso l’adozione di strumenti standard e una maggiore propensione a considerare il proprio business come assolutamente particolare, non omogeneizzabile con quello degli altri concorrenti. La logica prevalente per queste organizzazioni è lo sviluppo ad hoc, tagliato su misura, in quanto si considera il proprio business unico e irripetibile e pertanto difficilmente gestibile attraverso strumenti standard. Secondo, una significativa assenza dei vendor che denota l’assenza di un’offerta di soluzioni software effettivamente in grado di rispondere ai fabbisogni specifici delle Pmi distribuite sul territorio italiano. Per contro, il messaggio positivo è che, fatto 100 il complesso delle applicazioni gestionali integrate, esiste una quota consistente di Erp. l comparto Pmi evidenzia al proprio interno una forte dinamica. Le aziende e gli utenti sono protagonisti di un cambiamento che interessa trasversalmente tutte le aree geografiche. È vero, infatti, come rileva l’indagine di Net Consulting, che un 40% delle aziende dei due settori considerati sta oggi procedendo a una revisione consistente del proprio sistema informativo interno (12% nei beni a largo consumo e 14,8%) quando non addirittura a una sostituzione di vecchie soluzioni con nuove soluzioni. Anche nelle Pmi, quindi, si sta andando verso una situazione molto più evoluta e molto più disponibile all’adozione di soluzioni standard, già disponibili sul mercato. Se è vero che esiste questa maggiore disponibilità verso gli standard quanto queste aziende sono disposte ad acquisire strumenti attraverso modalità Asp? Circa il 50% non ha mai sentito nominare o non capisce il termine Asp. È più che evidente che si è di fronte a un problema di comunicazione, di lessico, che non è altro che la differenza tra il linguaggio del vendor e quello dell’utente. La quota di mercato delle Pmi che utilizza la modalità Asp è molto piccola; sono poche le aziende in grado di fornire una effettiva soluzioni attraverso gli Asp, con contratti solidi, ma oggi soprattutto l’utenza non capisce gli effettivi vantaggi derivanti dall’uso di tale modello. Tra i più citati: la riduzione dei costi fissi e il costante aggiornamento dell’applicazione. Tra gli svantaggi: la sicurezza e la riservatezza dei dati. È su questi elementi che bisogna lavorare per favorire un’adozione più consistente.

Oggi in Italia si ha ancora una percezione “naif” delle Pmi italiane; l’opinione più diffusa è che piccola e media impresa sia sinonimo di arretratezza. Invece quello che si vede è che le Pmi, in un contesto di globalizzazione quale quello odierno, stanno fronteggiando in modo consistente gli stessi problemi delle grandi imprese. Bisogna abbandonare l’acronimo Pmi, distinguendo le P (piccole) dalle M (Medie). Se si guarda l’andamento del mercato italiano nel 2001 si notano due comportamenti radicalmente diversi. Le piccole imprese, fino a 50 addetti, hanno avuto un comportamento molto statico nei confronti degli acquisti di nuove tecnologie. Al contrario, le medie imprese, oggetto dell’analisi in questione, sono molto dinamiche e stanno maturando una percezione crescente, auto-identificandosi come imprese estese e a rete, che vedono come sfide: i cambiamenti organizzativi, la standardizzazione dei processi, la delocalizione selettiva, l’organizzazione in filiere, l’essere all’interno dei distretti. Stanno realizzando una reticolarità attiva, sanno di essere in rete e fanno di questo elemento un vantaggio. Queste sfide si vincono solo con le tecnologie, e le condizioni per vincerle sono: • non vedere le tecnologie separate dal contesto aziendale, dalle strategie; • interpretare e costruire le tecnologie come infrastrutture tecnologiche e applicative integrate, che si configurino come l’asse portante del funzionamento e della competitività dell’azienda, che non vengano introdotte in azienda soltanto come oggetti tecnologici; • partire dalla riorganizzazione dei processi e subordinare a essi l’adozione di nuove tecnologie, coinvolgendo l’imprenditore non in quanto padrone dell’azienda ma come stratega; • saper trasformare il Cio (Chief Information Officer) in Chief Innovation Officer, l’uomo dell’innovazione, per realizzare i cambiamenti strategici. Esiste anche un’altra condizione fondamentale: i fornitori di tecnologie devono essere portatori di soluzioni che rispondano puntualmente ai fabbisogni specifici dell Pmi e non di soluzioni come miniaturizzazioni di quelle realizzate per le grandi aziende. I fornitori devono quindi affrontare e vincere quattro sfide: • Granularità, integrabilità e scalabilità delle soluzioni; • la qualità del canale; • la prossimità fisica al cliente; • la capacità di supportare il cliente nel cambiamento. Dall’esito positivo di queste condizioni può nascere un nuovo tessuto di piccole e medie imprese innovative e competitive, ma soprattutto un’economia che veda nelle Pmi un elemento di forza e non di debolezza.

Autore: ITespresso
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