Google contro il Decreto Romani anti YouTube

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Google Italia prende posizione ufficiale contro il Dl che vorrebbe mettere il bavaglio al sito di video condiovisione YouTube. Web Tv con autorizzazione ministeriale e Provider responsabili dei contenuti: anche l’Aiip dice la sua

Il Web 2.0, la video condivisione e la galassia delle Web Tv sono a rischio in Italia? L’interrogativo è d’obbligo man mano che emergono nuovi dettagli sul Decreto Romani , già risoprannominato il Dl anti YouTube.

Il Decreto Romani, taglia-pubblicità a Sky, non solo vuole mettere a rischio YouTube in Italia, in quanto l’AgCom diventerebbe lo “sceriffo del Web”, mentre u plodare un goal o uno spezzone televisivo su YouTube verrà messo sotto sorveglianza più stretta; non solo vuole obbligare l’informazione online a comportarsi come il Tg1 o il Tg5 in Tv (dovràrettificare notizie sbagliate come oggi accade sui tele-giornali televisivi); ma c’è di più.

Secondo l’ex ministro Paolo Gentiloni, il Decreto Romani vuole che le Web Tv funzionino con autorizzazione ministeriale e i Provider diventino responsabili dei contenuti: si tratta di uno snaturamento del Web e soprattutto un nuovo bavaglio per la Rete italiana.

Google ha peso posizione netta contro il Decreto Romani: YouTube, già in causa con Mediaset (che ha chiesto mezzo miliardo di euro di risarcimento danni per pirateria, sulla scia della causa con Viacom), è nel mirino di Mediaset da mesi. Nelle scorse settimane Mediaset ha lanciato un proprio canale di video online in streaming , per sfidare il video-sharing di Google; in tribunale Mediaset ha inoltre vinto contro YouTube in merito agli spezzoni del “Grande Fratello”. Insomma, c’è tensione nell’aria fra Google e Mediaset.

Nei giorni scorsi l’esperto di diritto Guido Scorza teme che il decreto voglia trasformare per legge Internet in una Tv. E sottoporre la Tv su Internet (il mercato delle Tv digitali è in grande crescita) alle regole della Tv significa conferire ai provider “le stesse responsabilità delle emittenti televisive, solo che queste si occupano direttamente dei contenuti, mentre YouTube si limita a mettere a disposizione le proprie piattaforme agli utenti: a spiegarlo è Marco Pancini, di Google Italia, che teme anch’egli le conseguenze del decreto.

Per non parlare degli Isp (Internet service provider): i provider che non rimuoveranno i materiali coperti da copyright, segnalati dall’AgCom (nelle nuove vesti di gendarmi anti piratewria), rischieranno multe anche da 150.000 euro. “È come ritenere l’azienda che si occupa della manutenzione delle autostrade responsabile per quello che fanno coloro che guidano le automobili. Non ha senso” ha denunciato Dario Denni, segretario generale dell’Aiip.

Autore: ITespresso
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