Idc Innovation Forum 2009: L’innovazione frenata dal sistema-Paese

Autorità e normativeWorkspace

Nel secondo giorno della manifestazione si è parlato di cloud computing, ma il problema italiano è la mancanza di un’autentica spinta istituzionale e questo frena il cambiamento

Si è parlato, e molto, di cloud computing nel secondo giorno di svolgimento dell’Innovation Forum di Idc, a Milano. Ne hanno parlato i vendor, ma anche alcuni utenti, per capire se dietro questa definizione si cela qualcosa di concreto, forse addirittura la via per uscire dalla crisi o perlomeno per ripartire una volta superata la fase di recessione.

Frank Gens, senior vice president e chief analyst di Idc, ha spiegato innanzitutto cosa dobbiamo intendere con cloud computing, ovvero una combinazione di elementi, che vanno dallo storage all’It management, dalle applicazioni alle piattaforme, tutti insieme integrati in un ambiente virtualizzato, che in realtà l’It mette al servizio delle attività di business delle aziende.

L’attenzione verso questa evoluzione è conclamata, soprattutto perché è fatta di servizi facili da implementare e che si pagano solo in ragione di quello che si usa. Certo, non mancano sfide da affrontare, dalla sicurezza, alle performance e, soprattutto, all’integrazione con quanto già implementato, ma in tre anni l’uso del cloud computing è destinato a diffondersi soprattutto per usi collaborativi e di gestione dell’It. “Abbiamo appena superato la fase della early adoption – ha illustrato Gens – e ci stiamo muovendo verso l’inizio del percorso di maturità”.

Rispetto all’insieme del mercato It, la componente cloud non è destinata ad assumere a breve un ruolo preponderante, tant’è che, nelle stime di Idc, si passerà da un peso del 4% del 2008 al 9% del 2012. Ma se isoliamo quanto legato alla rete, cioè allo sviluppo futuro, il ruolo dell’It-as-a-service avrà già fra tre anni un impatto fondamentale.

Paradossalmente, la crisi darà un impulso al cloud computing, perché viene associato a riduzione di costi e flessibilità, ovvero ai concetti che oggi stanno ispirando i pochi investimenti tecnologici: “Prevediamo un incremento di spesa di 8,4 miliardi di dollari in tre anni”, ha stimato Gens.

Alla prova pratica, tuttavia, il cloud computing sembra ancora oggi, anche fra i Cio più evoluti e preparati, tutt’al più un concetto da studiare con curiosità. Gianluigi Castelli ha spiegato come in Eni (un’azienda munifica in termini di budget It) comunque l’input attuale sia di privilegiare il consolidamento delle applicazioni core, il cambiamento infrastrutturale a livello di data center e la diffusione della business intelligence in segmenti come il billing e il customer care: “Osserviamo con attenzione il cloud computing, ma finché non ci sarà un adeguato livello di standardizzazione è difficile pensare a una sua concreta diffusione”, ha commentato il Cio di Eni.

Giovanni Rando Mazzarino, direttore operations e tecnologie di Lottomatica, è ancora più esplicito: “Gli elementi caratteristici del cloud computing, in Italia, rappresentano ancora dei limiti alla diffusione. Si pensi, ad esempio, ai livelli di servizio, da noi molto meno considerati che all’estero. Il problema è il sistema. Noi abbiamo fatto l’evoluzione verso la Soa, ma il nostro parco fornitori ci ha seguito con grande difficoltà. Le aziende dovrebbero sentirsi sostenute quando fanno passi evolutivi, ma a livello di Paese siamo ancora molto indietro, ad esempio sul broadband pubblico, quindi sulle infrastrutture che dovrebbero reggere il cambiamento”.

Anche i vendor sembrano prudenti, quando calano le idee cloud nel contesto italiano. “Le piccole e medie imprese dovrebbero essere quelle destinate a beneficiare maggiormente delle opportunità offerte dal cloud computing – ha spiegato Luigi Freguia, amministratore delegato di Hp Italiana – ma sappiamo che il loro ritmo innovativo non è dei più consistenti. Le grandi imprese, invece, hanno il problema del legacy, ma la virtualizzazione potrebbe aiutare a migliorare la gestione infrastrutturale”. Gli ha fatto eco Pietro Scott Jovane, amministratore delegato di Microsoft Italia: “Le soluzioni devono essere percepite come fattori di risparmi a breve termine e non è un ostacolo da poco”. E Maria Grazia Filippini, amministratore delegato di Sun Italia, ha fatto notare come negli Usa a guidare lo sviluppo del cloud computing siano anche le start up, “perché devono avere questa caratteristica infrastrutturale nel business plan, altrimenti faticano a ottenere finanziamenti da parte degli incubatori”.

Se il sistema-Paese fatica ad adeguarsi a un cambiamento per molti versi inevitabile, ci sono però opportunità che possono consentire un certo recupero, purché ben sfruttate: “Il piano E-Gov 2012, Industria 2015 e l’Expo sono occasioni importanti– ha evidenziato Giuseppe Verrini, amministratore delegato di Adobe Italia – che possono servire da stimolo. Ma il cambiamento passa anche dal singolo individuo o lavoratore, che oggi usa già a casa propria strumenti che invece non gli è consentito di utilizzare in azienda”. Se cambiamento ci sarà, insomma, sarà il frutto di numerosi fattori concomitanti. Speriamo, in fondo al tunnel di questa crisi, che almeno qualcuno di questi diventi qualcosa di più di un’idea curiosa o solo promettente.

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Autore: ITespresso
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