Il caso McAlpine, la diffamazione, il Retweet e la Net reputation

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Twitter, il caso McAlpine e la Net Reputation @ shutterstock

Facciamo il punto sul caso McAlpine, un’incresciosa vicenda di diffamazione, nata da diecimila fra Tweet e Retweet. La Net reputation non è un optional anche nel Web 2.0

La pratica del retweet (o re-tweet, o ancora semplicemente abbreviata in RT, nei post) è molto diffusa, e consiste nel ri-inviare un Tweet ricevuto. Il RT è un post su Twitter che ne riprende banalmente e direttamente un altro, aggiungendo la sigla RT e un reply all’utente citato. Come spiega Twitter Italia: “Nella forma più ortodossa, un retweet non comprende che pochissime parole di commento, sia per via della necessaria brevità in Twitter, sia per mantenere il più possibile intatto il senso del tweet che, così, viene rapidamente propagato in giro per la twittosfera“. L’abbraccio fra il Presidente USA Obama e sua moglie è per esempio l’immagine più ritweettata nella storia del micro-blogging e per questo è salita alla ribalta dei media come “simbolo della vittoria e del secondo mandato di Obama”. Ma dopo il velenoso caso della diffamazione ai danni di Lord McAlpine, il RT diventerà una pratica scivolosa, e da maneggiare con estrema cura: perché la Net Reputation non è un optional anche nel Web 2.0; anche sui social Media e nella blogosfera gli utenti hanno il diritto di difendersi da false accuse, e chiamare la “diffamazione” con il suo nome.

Riassumiamo in poche righe quanto accaduto: il nome di un ex politico britannico è stato erroneamente accostato a un caso di pedofilia, in seguito a un falso report della British Broadcasting Corp. (la prestigiosa BBC, già oggetto di scandali nelle ultime settimane). Ma il micro-post Ritwittato potrebbe diventare un caso giudiziario che cambia lo scenario di Twitter, visto che migliaia di persone, che hanno schiacciato sul pulsante RT, non sapendo che il report fosse falso e diffamatorio, sono adesso minacciate di causa legale con l’accusa di diffamazione. Il contenzioso potrebbe portare in tribunale migliaia di Follower inconsapevoli, anche se “la legge non ammette ignoranza” e la Net Reputation non può diventare la Cenerentola dei Social media.

Il caso McAlpine è innanzitutto un caso di cattivo giornalismo, ma anche di utilizzo frettoloso di strumenti potenti come Twitter. Ricapitoliamo la vicenda, per capire che cosa è successo. Il 2 novembre la BBC ha mandato in onda su Newsnight un servizio nel quale un anonimo notabile dei Conservatori degli anni ’80 veniva accusato di pedofilia. Il nome del presunto pedofilo si è diffuso su Twitter a macchia d’olio, e quando The Guardian ha dimostrato la falsità del servizio, causando il 10 novembre le dimissioni di George Entwistle, direttore generale della BBC, il danno era già fatto: Twitter era diventato il “megafono” di una diffamazione planetaria. Il 15 Novembre la BBC ha cercato di correre ai ripari, stabilendo che pagherà un risarcimento per 185,000 sterline più spese alla persona ingiustamente accusata. Ma gli avvocati dell’accusato, Lord Alistair McAlpine, hanno annunciato di voler citare in giudizio chiunque abbia twittato o ritwittato il nome del loro assistito. Circa mille persone hanno twittato il suo nome e 9000 sarebbero stati i retweet: 10 mila fra Tweet e RT.

Anche su Internet vige la responsibilità di ciò che si scrive, come su un giornale stampato: Ruth Collard, avvocato esperto di media, intervistato da Bloomberg, ribadisce che nell’online la diffamazione va perseguita come sulla carta stampata, e non si può dire che “non se ne avea idea”. La legge non ammette ignoranza, insomma. McAlpine ha chiesto agli utenti Twitter con meno di 500 follower pubbliche scuse e una donazione simbolica alla BBC Children in Need charity. Per gli utenti con più di 500 follower, Lord McAlpine chiederà pubbliche scuse, ma non ha ancora deciso come “chiudere la controversia”: il suo nome è stato ingiustamente infangato e McAlpine pretende un risarcimento per quanto accaduto.

Questa spiacevole vicenda rientra nella casistica di Net reputation ai tempi del Social network e dei micro-blogging. Gli utenti Twitter non hanno gli stessi standard della Stampa per l’Errata corrige in caso di report sbagliati o diffamatori. I 140 caratteri di Twitter possono diventare una “gabbia stretta” per chiedere scusa in caso di conclamato errore? Secondo lo studio legale PSB Law LLP di Londra, non aiutano neanche le “buone e oneste” intenzioni di chi ha Ritwittato un post: la diffamazione resta.

Secondo Bloomberg, però il “caso McAlpine” (la minaccia di causa potenziale), parte da un approccio inusuale, visto il risarcimento oneroso (e non solo simbolico) già ottenuto dalla BBC, fonte della falsa notizia che poi ha dato adito alla diffamazione. Per Lord McAlpine, inoltre, sarà difficile identificare gli “account fasulli” con nickname fasulli su Twitter, un micro-blogging con sede a San Francisco, che in genere resiste a chi chiede di fornire dati personali sugli utenti.

Una lezione però Lord McAlpine l’ha impartita davvero a tutti: su Twitter l’utente deve responsabilizzarsi, perché su un micro-blog si scrive come su un giornale stampato, evitando la pratica della diffamazione e della de-responsabilizzazione. Esprimere la massima cautela nel diffondere indiscrezioni o gossip, diventerà una regola aurea, dopo il “caso McAlpine”. Anche un Tweet va maneggiato con cura, come una notizia, e il micro-blogging non può diventare la “fiera dell’irresponsabilità”, anche se – in questo caso – la BBC aveva dato adito a indiscrezioni fasulle, e per una “fonte autorevole” è una caduta di stile.

UPDATE: ITespresso.it si è occupato di questo caso, guardando all’uso dei Social Media nelle aziende. Ormai nel nostro Paese un italiano su due è su Faceboook e gli utenti di Facebook in Italia si attestano a 23,6 milioni di utenti in Italia (fonte: Nielsen), mentre Twitter contava a settembre circa 3,64 milioni di utenti in Italia, con una crescita del 111% rispetto ad agosto. L’assenza di Social media policy in azienda sta diventando un ostacolo al coddetto “businesses engagement”. E in UK il 41% degli utenti business sono ansiosi in merito alle ramificazioni legal dello staff che usa i social media. Il caso degli atleti sospesi a causa di Tweet inopportuni alle recenti Olimpiadi e il “caso di Lord McAlpine” confermano che i timori legati all’uso di Facebook e Twitter, non sono poi così peregrini. In azienda servono policy precise.

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Autore: ITespresso
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