Il caso MegaUpload

CyberwarMarketingSicurezza
Battaglia legale per i dati di MegaUpload

Il Dipartimento di Giustizia, con l’Fbi, ha fatto chiudere MegaUpload e MegaVideo. Ma la difesa prepara le frecce al suo arco, mentre il Partito Pirata svedese parla di un’azione in violazione del copyright

L’azione di forza dell’FBI nei confronti di MegaUpload è stata vista da più parti come un’azione orchestrata per dare un “segnale forte” in seguito alla clamorosa “serrata del Web“, promossa da Wikipedia e Google (e da migliaia di siti), contro SOPA. A sostegno di questa tesi citiamo due fatti, fra loro geograficamente lontani (ma online non esistono distanze): innanzitutto il presidente di FIMI Enzo Mazza, che sostiene che gli utenti italiani del cyberlocker sfioravano i 2 milioni, ha suggerito a Google e Wikipedia di pensare alle “loro battaglie per le libertà digitali visto che cosi difendono aziende criminali come Megaupload”; dopo la chiusura di MegaUpload, MegaVideo e MegaPorn, Anonymous ha sferrato un attacco senza precedenti contro Mpaa, Riaa e vari sostenitori di SOPA (una vendetta in tutti i sensi).

Kim Dotcom, il tedesco 37enne fondatore di MegaUpolad, è accusato di associazione a delinquere, riciclaggio di denaro e violazione di proprietà intellettuale: i sette responsabili rischiano 50-60 anni di carcere. L’avvocato di MegaUpload afferma che il cyberlocker è stato chiuso senza aver avuto la possibilità di difendersi in tribunale: invece tutti i P2p chiusi o costretti a cambiare, sono stati storicamente battuti in aula con regolari sentenze (vedi caso Kazaa; eDonkey; Grokster; la battagli della tuttora viva Pirate Bay; il patteggiamento di LimeWire; di recente Rhapsody ha acquisito Napster). Il legale ricorda che nella causa di Viacom contro YouTube, vinse il sito di Google.

Secondo il Partito dei Pirati svedese il sito dovrebbe essere tutelato dal DMCA: poiché Megaupload afferma di aver rimosso i contenuti caricati in violazione del copyright, dovrebbe essere protetto dal Digital Millennium Copyright Act.

MegaUpload non fa solo rima con pirateria: aveva anche un lato legittimo del business, visto che offre cloud storage e permette ai suoi iscritti di caricare ed archiviare ogni file in storage da remoto, in modalità sicura e a pagamento. Che fine fanno questi file legittimi, che non sono frutto di violazione della proprietà intellettuale? Al momento è tutto sequestrato, e non si sa.

Fra chi applaude all’azione dell’Fbi è invece l’italiana FIMI-Confindustria: “Con la chiusura da parte dell’FBI, in collaborazione con il Dipartimento di Giustizia Americano, di Megaupload.com e Megavideo.com, si segna un importante risultato nei confronti della lotta alla pirateria e soprattutto nello sviluppo dei contenuti digitali legali“.

Invece l’avvocato ed esperto di Internet, Fulvio Sarzana di S. Ippolito afferma che “l’azione, spettacolare e “cruenta” allo stesso tempo costituisce senza dubbio uno step annunciato ma nondimeno importante nella lotta al diritto di espressione on line” e dichiara guerra all’ “intermediario dal modello di business legale, che deve essere assoggettato a pena non perchè stia commettendo violazioni ma perchè in qualità di intermediario può agevolare la commissione di reati, che nell’indagine americana vanno dall’estorsione, all’associazione a delinquere al riciclaggio“. L’avvocato inoltre ricorda che Megaupload era stato scagionato da un tribunale tedesco proprio ” in qualità di intermediario”.

Ecco infine un’analisi, datata 2010, targata MarkMonitor sul traffico generato dai siti web che offrono contenuti contraffatti e piratati. Dai dati raccolti nel corso di due anni fa emerge che i primi tre siti web classificati di “pirateria digitale” – rapidshare.com, megavideo.com e megaupload.com – hanno generato collettivamente più di 21 miliardi di visite all’anno. I dati di traffico di 48 siti che vendono beni contraffatti mettono insieme 240 mila visite per giorno in media. La geografia della pirateria è la seguente: il 73% dei siti di contraffazione e il 67% dei siti di pirateria digitale sono ubicati in Europa occidentale o in Nord America; l’hosting in Europa dell’Est arriva al 14% dei siti, mentre il 9% sono ospitati in Asia.

E da un dominio registrato in Belize, pare che stiano per risorgere le ceneri del MegaUpload. Perché il file sharing, il Peer to peer, lo streamming condividono una sorte con il mito dell’Araba fenice: risorgono sempre, sotto nuova veste. Ma dopo MegaUpload, chi rischia di più? Secondo TechCrunch, in pole position per una nuova azione spettacolare c’è Rapidshare, seguita da SoundCloud, ma anche DropBox potrebbe essere a rischio.

Anche se l’Europa sembra pronta ad affilare le armi varando una SOPA in salsa europea: la guerra fra pirati e detentori dei diritti semra solo all’inizio. E l’offensiva condotta da chi mina gli interessi dell grandi Major, sembra solo all’inizio.

Autore: ITespresso
Clicca per leggere la biografia dell'autore  Clicca per nascondere la biografia dell'autore