Il Censis ha pubblicato il Rapporto Annuale 2003 sulla situazione sociale del paese 2002

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Alcuni dati sui processi innovativi.

Secondo i dati raccolti ed elaborati dal Censis, l’Italia, storicamente in ritardo in merito ai processi strutturali, è al penultimo posto tra i paesi UE per spesa in Information Tecnology: sta soffrendo di una crisi dei processi locali tradizionalmente votati a produrre innovazione. In crisi non solo un mercato ma le idee, i progetti e i modelli che dovrebbero alimentarlo. Le imprese, pur avendo avviato un lento ma progressivo processo di modernizzazione, non hanno ancora del tutto rimosso l’iniziale diffidenza nei confronti delle ICT. A frenarne la digitalizzazione, secondo quanto indicato dai referenti distrettuali interpellati per il II Rapporto sui distretti produttivi digitali Rur-Censis/Federcomin, sono principalmente limiti di natura culturale: difficoltà di condividere informazioni critiche (75%) e impulso a conservare autonomia di gestione (73,7%). La pianificazione degli interventi tecnologici riguarda appena il 5,3% delle aree distrettuali. Si asseconda l’innovazione sin quando si limita ad ottimizzare la gestione dell’ufficio o della produzione, si respinge quando presuppone l’adozione di nuove forme organizzative. Secondo un’indagine del Censis e di Forum PA sui «cittadini digitali» il 51,3% degli italiani possiede in casa un PC e l’«alfabetizzazione familiare» sta avvicinando alle tecnologie fasce di popolazione sempre più ampie. Gli utenti di Internet sono attualmente il 32,1% della popolazione adulta italiana. Diminuiscono gli «esclusi» (coloro che non conoscono o non sono affatto interessati ad Internet) passando dall’11,7% del 2000 al 4,1%. La diffidenza non di rivolge solo all’elettronica ma anche ai più tradizionali strumenti innovativi come il «denaro di plastica»: il pagamento tramite Bancomat è diffuso, al sud, solo nel 39,2% della popolazione e nel 54,2% dei casi in tutta Italia. La carta di credito è utilizzata solo dal 35,5% degli italiani, pochi si convertono alla comoda domiciliazione bancaria per pagare le bollette e abbandonare la fila alla posta. In molte delle recenti indagini sulla Responsabilità Sociale delle Imprese (Rsi) emerge che «chi innova è più sociale». Cosa unisce due concetti così diversi? Etica e innovazione convergono e fanno crescere la forza competitiva delle imprese che risiede nella capacità di fare rete e di valorizzare i rapporti che sono alla base della produzione. In base ai dati Isvi-Unioncamere sulla RSI, nelle piccole e medie imprese si diffondono sistemi di comunicazione intranet (29%) e incontri periodici (63,2%), mentre sul piano dei servizi ai dipendenti oltre il 50% propone orario flessibile e possibilità dell’aspettativa e aumenta l’offerta di corsi di formazione ai dipendenti su protezione ambientale (30%) e sicurezza (70%). Dall’indagine Rur-Censis e Federcomin sui distretti produttivi digitali si ricava, inoltre, che nelle filiere in cui i legami sono stabili e affidabili l’innovazione si diffonde più rapidamente attraverso processi di imitazione e di «propagazione per coercizione» da parte delle grandi dell’area che impongono alle imprese minori della filiera i propri standard. Cresce infine il numero delle imprese che adottano come criteri di scelta la responsabilità sociale, preferendo fornitori e partner commerciali che hanno manifestato correttezza sociale dei processi produttivi (20,5 nelle imprese che hanno più di 51 dipendenti). Il processo di modernizzazione della pubblica amministrazione è determinato ma, nonostante gli entusiasmi e le celebrazioni, è più lento di quanto si fosse previsto. I risultati più visibili dei piani di governo elettronico rimangono i siti Internet istituzionali: al Primo Avviso per progetti di e-government sono stati co-finanziati 44 progetti di portale su 289 progetti presentati nel settore dei servizi a cittadini e imprese. La pubblica amministrazione però non si è fermata: il piano di e-government è entrato in una seconda fase, si diffonde la consapevolezza e il bisogno di inserire i singoli progetti in una vision complessiva che, partendo dall’analisi dei bisogni dei cittadini, porti ad una maggior efficienza e trasparenza dei servizi, passando per lo snellimento delle procedure, la revisione dei processi e il networking delle iniziative. Tra le scelte da effettuare quella relativa alla struttura tecnologica e al software da impiegare. Attualmente questa scelta è operata in modo molto variabile: l’indagine sulle Città Digitali individua un crescente interesse verso l’open source, cresciuta di più di 5 punti percentuali nelle province in un solo anno.

Autore: ITespresso
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