Il Garante Privacy difende in parte Google dalla sentenza di Milano

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Il Garante Privacy illustra ombre e luci della sentenza di condanna di Google nel caso ViviDown. Il verdetto, pur suggestivo, potrebbe non reggere i prossimi gradi di giudizio

Misunderstanding: c’è forse un equivoco nella sentenza del Tribunale di Milano che ha condannato tre dirigenti di Google? Il verdetto parla di “privacy carente”, ma ora a prendere (almeno in parte) le “difese” di Google è sceso Francesco Pizzetti, Garante italiano della privacy, e “autorità” in materia.

Non è in realtà una completa “assoluzione per Google, quella espressa dal Garante Privacy, intervistato da Vittorio Zambardino su La Repubblica. Ma non è neanche una condanna: il Garante denuncia come una lacuna della santenza il riferimento errato all’articolo 13 del Codice della Privacy (relativo alla responsabilità degli Internet Service Provider). L’errata interpretazione data all’articolo 13 da parte del giudice Oscar Magi, potrebbe essere un handicap per la sentenza, che, così impostata, potrebbe “non reggere i prossimi gradi di giudizio”.

Ma il Garante non vede solo ombre nel verdetto del giudice Magi contro Google, ma anche luci: la sentenza è suggestiva e “meritevole nelle intenzioni“. Tuttavia non deve portare gli Isp internazionali a temere l’Italia come un paese della cyber-censura: una fuga dei granti Internet Service Provider, spaventati dalla sentenza, sarebbe negativa e non positiva per la Rete italiana.

“Vorrei evitare che si avesse un’immagine internazionale che non è fondata, viste le caratteristiche della sentenza” – spiega il Garante – “e allo stesso tempo evitare di dare su un piatto d’argento a chi, non per difendere la libertà della rete ma solo un attività imprenditoriale che oggi non è carica di doveri che dovrebbe invece assumere, l’occasione di fare un atto dimostrativo che avrebbe solo un effetto intimidatorio verso i legislatori di tutto il mondo”.

Autore: ITespresso
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