Il giornalismo ai tempi di WikiLeaks

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WikiLeaks: La CIA spiava smartphone e smart tv

Vediamo di capire quale scenario si dischiude per il mondo dell’informazione nell’era di WikiLeaks: come cambia il giornalismo? Quali opportunità e rischi sulla libertà di espressione pendono sui mass media di oggi

WikiLeaks non è appena nato, tuttavia sembra essere stato scoperto solo ora con la vicenda dell’hacker fuggiasco, adesso agli arresti, Julian Assange. Il sito delle “fughe di notizie” (che in passato ha ribaltato le sorti delle elezioni in Kenya, fatto crollare una banca “decotta” in Islanda innescando la miccia della crisi in quel paese, e in Italia ha reso noto il “Rapporto Caio” sui veri numeri del Digital Divide italiano) è letteralmente esploso con la vicenda della rivelazione dei dispacci dei diplomatici Usa. Ma come cambia il giornalismo ai tempi di WikiLeaks? E ci sono rischi di derive anti liberali o restrizioni sulla libertà di espressione, come risposta alla fuga di notizie? Vediamo di capire qual è lo scenario per il mondo dell’informazione. Il Premio Nobel Liu Xiaobo ha detto che “Internet è un dono di Dio alla Cina“, ma Internet fa deflagrare i paradigmi di trasparenza, concetto di proprietà e dis-intermediazione in tutti i business.

WikiLeaks ha innanzitutrto infranto (forse per sempre) il “soffitto di cristallo” che divideva il giornalismo cartaceo dal giornalismo online: WikiLeaks ha fatto crollare il muro d’incomunicabilità fra questi due mondi, pur scalfito negli anni dalla crescente popolarità delle news online (anche grazie al Premio Pulitzer dato a un sito di informazione sul Web). Nessuno si è permesso il lusso di dire che le “notizie più esplosive” andassero prima stampate su carta e subito dopo uploadate sul sito: appena venivano resi noti i cablogrammi, venivano pubblicati online, per battere la concorrenza sul tempo; per offrire i maggiori approfondimenti su scenari e retroscena delle notizie. WikiLeaks dimostra definitivamente che l'”era del piombo” è morta e sepolta, e le news fluiscono su tutti i mezzi, dal Web al tablet, dalla carta alla radio e Tv, in tempo reale. Senza più privilegi per un medium rispetto ad un altro: ma la tempestività del Web ha mostrato tutte le potenzialità, ancora sottovalutate, dell’online. Gli editori hanno finora preferito carta e Web apps all’online a causa della gratuità di quest’ultimo; e a causa della sostenibilità del business, in quanto la quota di advertising online è solo del 13% contro il 28% di tempo mediatico dedicato a Internet (questo gap sarebbe dovuto al fatto che i lettori online snobbano la pubblicità sul Web più di quanto facciano su altri media).

WikLeaks è dunque stato dirompente nel mandare in frantumi il “divisorio” fra redazione online e redazione cartacea, che finalmente hanno scoperto di essere due facce della stessa medaglia: il giornalismo vero, quello che fa scoop e insegue le notizie e non si piega ai potenti. La “bomba WikiLeaks” ha avuto anche altri pregi: Wikileaks, nato come piattaforma di dis-intermediazione, ha poi imparato il passepartout dell’alleanza digitale: collaborando con i giornalisti di quattro prestagiosi quotidiani, ha dimostrato di poter essere un “tool importante come la libertà di espressione” (Fonte: Time), e cioè una piattaforma che crea le condizioni per migliorare la qualità e la quantità di informazioni sui giornali. WikiLeaks deve però migliorare, e non peggiorare, lo stato delle democrazie.

Julian Assange
Julian Assange
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