Il pinguino si fa commerciale

Management

Il 17% dei server venduti nel 2003 "indossava" Linux come sistema operativo.

Che Linux sia una scelta più economica rispetto a Windows, Unix o ai mainframe è intuitivo, ma quello che più conta è che i sostenitori di Linux sono ormai aziende leader nel loro settore: non solo i maggiori vendor hardware, ma anche società di software come Sap, Oracle, Novell, Bea”. È questo il parere di Antonio Romano, vice president sales Idc Southern Europe, esposto al Linux European Tour di Hp, di cui la tappa italiana è stata il 17 marzo. Fino al 2001 Linux era un sistema operativo di nicchia per esperti in tecnologia, era usato nelle università per la sua potenza di calcolo e poco più. Oggi è usato in aziende di qualsiasi dimensione che lavorano nei più diversi settori. Questo non significa che il sistema operativo non abbia margini di miglioramento, anzi molto deve ancora essere fatto, dal punto di vista del supporto post vendita e delle applicazioni disponibili. Sia in termini di return on investment sia di total cost of ownership, però la situazione dal 2001 è migliorata nettamente, garantendo la diffusione a macchia d’olio del pinguino. Secondo Romano, infatti, Linux si inserisce strategicamente nel dilemma dei cio: come continuare a migliorare e ad automatizzare le funzioni aziendali con budget destinati a ridursi del 25% nel periodo compreso tra il 2003 e il 2006. “I budget continuano a essere tagliati, i progetti devono essere implementati il più velocemente possibile, in un contesto di sempre crescente complessità. Il punto di snodo per risolvere questa apparente contraddizione – ha detto Romano – è di ridurre l’inefficienza. Si riduce così anche l’ammontare necessario a gestire l’esistente (che oggi rappresenta il 93% circa dell’intero budget), per lasciare spazio a nuovi investimenti”. Da migliorare è soprattutto l’area delle infrastrutture, storage in testa, dove il ruolo di Linux si rivela strategico. “Nell’ultimo anno la vendita di server in Europa è cresciuta del 20% ed è proprio l’area Linux a crescere di più”, ha spiegato Romano, che continua approfondendo lo scenario italiano. Si scopre così che nel 2003 la spesa in server Linux ha rappresentato il 6% di tutta la spesa in server e il 17% in unità vendute. Nello stesso anno la loro vendita è cresciuta del 21% in valore e del 30% in volume. Nel 98% dei casi si trattava di server Intel, ch e appartenevano per il 32,7% ad Hp e per il 28,5% a Ibm, con Olidata in terza posizione a quota 10,7%. Il mercato italiano nel 2003 è stato di 76 milioni di dollari, Hp è prima in classifica, anche considerando il valore, con il 35% del totale, seguita a ruota da Ibm con il 33,1%, la terza posizione però passa a Fsc (7,6%) mentre Olidata è quarta. Sono per la maggior parte server poco costosi che nel 90% dei casi hanno avuto un prezzo inferiore ai 6mila dollari. Il trend da qui al 2007 vede una crescita inarrestabile di Linux che dovrebbe passare dal 6% in valore al 20%, rubando quote di mercato soprattutto agli Unix e agli iSeries, mentre Windows seppure a tassi più contenuti dovrebbe continuare a crescere. L’Italia però non è il Paese che realizza il fatturato maggiore in questo sistema operativo: più alto il fatturato della Germania che rappresenta il 18% del totale, l’Inghilterra con il 17% e la Francia (11%), mentre le aree dove il pinguino ha una maggiore penetrazione sono la Grecia, i Paesi Nordici e il Portogallo. Lucio Stanca promuove l’open source La direttiva pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, la n.31 del 7 febbraio 2004, invita espressamente le amministrazioni a tenere presente le soluzioni open source. I criteri che dovranno indirizzare la scelta delle imprese sono, secondo il ministro per l’innovazione e le tecnologie Lucio Stanca, la trasferibilità ad altre amministrazioni delle soluzioni acquisite, l’interoperabilità e la cooperazione applicativa tra i vari uffici pubblici, la non dipendenza da un unico fornitore e da un’unica tecnologia proprietaria, la disponibilità del codice sorgente per ispezione e tracciabilità; l’esportabilità dei dati e dei documenti in più formati di cui uno almeno di tipo aperto. Le amministrazioni pubbliche dovranno poter acquisire la proprietà dei programmi informatici sviluppati in modo da poterne trasferire la titolarità delle licenze d’uso ad altre amministrazioni senza oneri aggiuntivi. In pratica un passaporto per Linux, che sta determinando una crescita esponenziale del pinguino nella pubblica amministrazione. Basti citare il caso di Roma che, a partire da maggio, comincerà a inserire il software open source sulla posta elettronica, sui software di agenda e sulle piattaforme di condivisione. La direttiva arriva dopo aver condotto un’indagine conoscitiva da cui è emerso che nel 2001 la pubblica amministrazione, centrale e locale, ha speso per l’acquisto di software 675 milioni di euro, di questi il 61% era rappresentato dallo sviluppo, manutenzione e gestione dei programmi fatti ad hoc; il restante 39% è stato impiegato per acquistare licenze di pacchetti software, di cui 63 milioni solo per i sistemi operativi. La Commissione appositamente costituita per condurre l’indagine è giunta alla conclusione, che il software open source può giocare un ruolo importante per lo sviluppo di un’industria europea e italiana dell’informatica, ma perché questo succeda sono necessari investimenti massicci e continui che contribuiscano a creare una strategia industriale del settore. Secondo la commissione l’open source può inoltre essere considerato un elemento importante per lo sviluppo di settori chiave come la telefonia mobile o l’industria degli elettrodomestici di nuova generazione. L’iniziativa di Stanca non è isolata, si inserisce in un più vasto contesto europeo, di cui fa parte un progetto di ricerca, cofinanziato dall’Unione Europea, per valutare costi e benefici nell’introduzione del software a codice sorgente aperto nella pubblica amministrazione. Il progetto coinvolge sei Paesi, 15 partner europei e tre osservatori internazionali.

Autore: ITespresso
Clicca per leggere la biografia dell'autore  Clicca per nascondere la biografia dell'autore