Il punto sul Giappone hi-tech dopo il terremoto e le fughe nucleari

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Gli impianti delle aziende IT in Giappone provano a ripartire. Vediamo com’è la situazione dopo la tragedia di terremoto, tsunami e fughe radiattive che ha colpito il paese

Dopo il terribile terremoto grado 9 (Scala Richter), costato 8.600 vittime (finora: ma la tragica conta è destinata a salire) e la fuga radiattiva che tiene il Giappone con il fiato sospeso, Sony e i colossi giapponesi pensano al recovery. Dal 22 marzo riparte la fabbrica di Sony di batterie ricaricabili, nella prefettura di Tochigi. Quattro fabbriche a nella prefettura di Miyagi che producono dai dischi Blu-ray ai semiconduttori laser, sono ancora chiuse. Per mancanza di materie prime, sono infatti sospese le operazioni a Shizuoka, Aichi, Gifu e Oita fino alla fine di marzo.

I colossi hi-tech, in ginocchio dopo il terremoto seguito da tsunami, oggi temono l’energia a singhiozzo (il razionamento energetico per via delle centrali nucleari), i blackout, i problemi alla supply chain, la logistica (strade sconquassate), la scarsità di materiali (shortage), yen forte che potrebbe minare la competitività dell’export.

La fabbrica di Toshiba per piccoli pannelli Lcd rimarrà chiusa per un mese: ciò potrebbe avere effetto anche su iPad 2, seconddo iSuppli, ma Apple non ha confermato. Hanno parzialmente riaperto Canon e Fujitsu. Bloomberg ha riassunto la situazione impianti nel suo sito, ma in Giappone la situazione rimane critica soprattutto sul fronte delle perdite umane e della centrale nucleare di Fukushima. Il Giappone fornisce il 20% dei prodotti tecnologici mondiali: un quinto al mondo, di cui il 44% di attrezzature audio-visuali, il 40% di componenti di elettronica e il 19% di semiconduttori (fonte: CLSA Asia-Pacific Markets).

Autore: ITespresso
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