Il software, questo sconosciuto

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l fenomeno della pirateria informatica è sempre presente in Italia e non accenna a ridursi. In compenso, ancora oggi non tutti sanno che lo strumento del licensing può essere la molla giusta per gestire un buon business e diminuire le copie pirata.

In un’economia progressivamente più competitiva la diversità di licenze che regolano l’uso del software si è ampliata. Le licenze di software oggi si rivolgono a qualsiasi tipo di individuo e organizzazione e variano dalla semplice formula “clicca per accettare” agli accordi negoziali più complessi. Così sottolineava Robert Holleyman, Presidente e Ceo di Bsa (Business Software Alliance). Un prodotto software è sempre e comunque accompagnato da una licenza d’uso, in formato cartaceo o elettronico. Ci sono casi in cui il cliente acquista solo la licenza d’uso e non, per esempio, il supporto magnetico del prodotto: si pensi ai contratti multilicenza. “Il primo concetto da analizzare – spiega Norberto Didier, Vice Presidente Bsa Italia – è che l’acquisto del software non è strettamente connesso alla fisicità dello stesso ma è il diritto di utilizzo di un determinato numero di copie. Si potrebbe acquistare un Cd e installare il prodotto software contenuto in 50 diversi Pc. Quali le problematiche che le imprese dell’informatica italiane devono affrontare per l’uso delle licenze software? Le aziende italiane hanno a disposizione, soprattutto se Pmi, una tipologia di licenza software e i vendor offrono sostanzialmente gli stessi sistemi di licensing. Mentre fino a qualche anno fa esistevano sistemi locali, oggi si sono perfettamente allineati. C’è una disponibilità di offerta ampia – commenta Didier – e anche un’ampiezza dal punto di vista della tipologia della licenza, il fatto di avere il noleggio, di voler sottoscrivere le opzioni di abbonamento, di manutenzione del software, danno all’azienda la possibilità di fare seminari, di budgeting flessibili. Dal punto di vista dell’offerta di licensing siamo posizionati bene. C’è un’area di mercato che in Italia ha avuto un piccolo fuoco di paglia tra il 2000 e il 2002 per le modalità fluide Asp, cioè quelle applicazioni dove l’azienda non possiede alcun tipo di applicazione software, ma tramite una connettività a larga banda accede a servizi applicativi ospitati presso un Asp. Questa è una formula di licenza ben definita che rientra nelle modalità pay per use. L’open source – spiega Didier – è un fenomeno che crea ulteriori opportunità a tutte le organizzazioni, entriamo in un terreno in cui la scelta tra una soluzione proprietaria e una open source deve essere fatta su parametri non ideologici. Si cerca più facilmente su una soluzione protetta e adeguatamente configurato, facilmente parametrizzabile ma senza necessità di dover intervenire pesantemente per tarare o configurare il sistema. Un altro punto importante da tenere in considerazione – spiega Didier – è il know how degli operatori. La scelta tra soluzione open source e proprietaria va fatta considerando valide motivazioni di natura tecnica ed economica. Fatto 100 il costo complessivo di una soluzione software, solo il 10 o al massimo il 15%, secondo le più prestigiose società di ricerca, è dovuto al costo delle licenze il resto è dovuto ad altri fattori di costo, quali l’help desk, la configurazione, la formazione, l’evoluzione tecnologica dei prodotti”, conclude Didier. Spesso anche le imprese già informatizzate non comprendono esattamente perché dovrebbero dotarsi di software e strumenti innovativi, tanto che fra le software house che forniscono software per la gestione aziendale si nota una grande difficoltà a sostituire e aggiornare prodotti acquistati anche 10 anni fa. “Tutto ciò a meno che lo stato non faccia da apripista, come nel caso dei commercialisti, richiedendo il dialogo con la Pubblica Amministrazione in modo informatico/telematico. In questi casi – spiega Bonfiglio Mariotti, Presidente di Assosoftware e Direttore Generale Dataprint Grafik – le software house con la fornitura di software innovativo ai propri clienti contribuiscono in modo decisivo a migliorarne l’efficienza, il controllo dei processi, dei costi e a dotarli di strumenti indispensabili per misurarsi con concorrenti più agguerriti, sono alcune centinaia le software house italiane che vendono prodotti gestionali con le modalità della licenza l’uso, risultato della loro attività di ricerca. Diversamente dalla maggior parte di altri prodotti – spiega Mariotti – quando si acquista un software, non se ne diventa proprietario, ma si ottiene il diritto di utilizzarlo (il software rimane infatti una proprietà intellettuale di chi lo ha creato). Si può pensare al diritto d’autore per le canzoni; il sistema distributivo del settore gestionale prevede il licensing, quell’insieme di operazioni con cui si concede lo sfruttamento di un prodotto dell’ingegno che ha finora adeguatamente tutelato tutti i produttori di software”, conclude Mariotti.

Vendor e distributori due mondi inscindibilmente legati per l’inevitabile attività di business e altri interessi economici. A loro CRN ha chiesto quali siano i problemi che si sentono in Italia sul fronte delle licenze software. “Pur ritenendo affascinante l’ipotesi con un software libero a disposizione di tutti è sempre vero che per produrre software ci vuole lavoro che va riconosciuto. Sono convinto – dice Fabrizio Bressani, Direttore Marketing Itway VAD – che esistano aziende che fanno economie di scala con quello che hanno prodotto e altrettanto che l’opera d’ingegno vada riconosciuta. Le nostre aziende vivono anche dei software che si riescono a vendere e non copiare, la Bsa sta conducendo una battaglia serrata sulla pirateria informatica che, dal mio punto di vista, è paragonabile al copyright. Non è solo l’acquisto di un prodotto ma quanto un utente dia fiducia a una software house acquistando il prodotto stesso. L’aggressione alla pirateria deve avvenire anche dal punto di vista legislativo”, conclude Bressani. E sono proprio le normative che sovrintendono alla politica commerciale sulla vendita del software quelle che serve conoscere per scavare nel mondo licensing. “Per cui – dice Tonino Gazzella, Direttore Vendite J Soft – i produttori applicano sul licensing la propria politica commerciale. Il software occupa circa il 70% del fatturato nel bilancio di J Soft con un trend crescente, per noi è importante focalizzaci perché ci comporta un maggior interesse da parte dei rivenditori. Il rivenditore di per se guarda alla vendita del software come a una parte marginale del proprio business. Questo comporta svantaggi e vantaggi. I vantaggi sono: facile trasportabilità di queste licenze che viaggiano in formato elettronico, lo svantaggio è che messe insieme non sono ancora una parte essenziale del business di un rivenditore medio. Il ruolo di J Soft – spiega Gazzella – dovrebbe essere inteso come quello di un partner che faccia in modo che il rivenditore non abbia a che preoccuparsi per realizzare la percentuale del suo fatturato dedicato al licensing. Il futuro del software sarà sempre più nel licensing e ancora di più, nel momento in cui ci sarà la possibilità di trasferirne il contenuto via Internet”, conclude Gazzella. Le distribuzione delle licenze via email alla clientela sono il business del futuro. Ne è convinta Actebis che giustifica questa dichiarazione con la riduzione dei costi di gestione e trasporto. “I box stanno diminuendo come business perché offrono poche licenze, e le case produttrici stanno dismettendo la produzione di questi puntando sulle licenze elettroniche. Il catalogo Actebis – spiegano dalla società – ha messo una quindicina di marchi e ci stiamo indirizzando verso il business della licenza elettronica. Sul fronte della brevettabilità, non so come si sia pensato di brevettare il software che ha costi elevatissimi che possono solo essere sostenuti da grandi aziende. “Il licensing ha il vantaggio che non pesa, non è una scatola ma ha il balzello di legare il software all’utente finale”, sostiene Matteo Restelli, Direttore Commerciale Esprinet. “Sul fronte della brevettabilità del software – continua Restelli -, siamo di fronte a un sistema a velocità diverse, da un lato il progresso tecnologico che evolve a una certa velocità e dall’altro lato il mondo legislativo che arranca e insegue l’evoluzione tecnologica. Siamo di fronte a un approccio tecnologico nuovo e c’è un po’ di confusione, un sistema legislativo che sta tentando di mettere ordine ma un sistema tecnologico che gli sfugge”. “Se vogliamo parlare di problematiche del licensing dobbiamo partire proprio dalle difficoltà e dalle complessità delle politiche stesse e non iniziare dalla pirateria del software. Un’azienda poi ? sottolinea Emanuela Lanzi, Division Manager Software Ingram Micro – è sottoposta a una tale contaminazione di informazioni necessarie e non trascurabili per avere un quadro completo. Si pensi solo alla lingua, alle sigle, che stanno dietro a queste politiche di licensing per decifrarle non basta una laurea in informatica anche una in fantasia. Per quanto riguarda la pirateria non si deve dimenticare che si tratta anche di un fenomeno sociale che ha risvolti economici”.

“Per sua stessa natura il software è intrinsicamente vulnerabile alla copia illecita, tanto che in molti Paesi esiste una violazione sistematica delle norme attualmente poste a tutela dei diritti di chi lo ha sviluppato. Sappiamo – precisa Carlo Cecchi, Vp Corporate Affairs Computer Associates Emea – che a livello globale oltre il 50% del software in uso è frutto di contraffazione con delle punte che superano il 90% in alcuni mercati. Stime recenti parlano della possibilità di creare 1,5 milioni di nuovi posti di lavoro solo a fronte di una riduzione del 10% della pirateria mondiale. È evidente che un rimedio, anche legislativo, deve essere trovato. La tutela attraverso il diritto d’autore si è dimostrata finora inadeguata: ha molti pregi (basso costo per la costituzione e il deposito, protezione estesa alle 150 Nazioni che hanno sottoscritto la convenzione di Berna) ed evidenti limitazioni (alti costi di gestione del contenzioso, protezione blanda del codice). D’altra parte il brevetto, che garantisce al meglio la proprietà intellettuale, oltre agli stessi oneri legati al contenzioso ha elevati costi di deposito e ottenimento, che oltretutto variano in misura tale da mercato a mercato, da costituire uno svantaggio competitivo per gli sviluppatori (la spesa varia dai circa 50 mila in Europa ai 10 mila negli Stati Uniti). È tuttavia ovvio che in un contesto globalizzato – continua Cecchi – chi sviluppa software in Italia non può pensare di affrontare il mercato americano o giapponese senza la tutela garantita dal brevetto ai suoi competitor. La proposta di direttiva Ue attualmente in discussione vuole offrire la certezza giuridica e armonizzare le legislazioni nazionali per rendere trasparenti, meno costose e più uniformi le condizioni per la brevettabilità, riducendo le differenze nella pratica amministrativa degli uffici Brevetti in Europa. Allo stesso tempo, predispone significativi limiti alla brevettabilità del software e non prevede le rigidità legislative che hanno reso così irto di ostacoli il mercato nordamericano. L’approccio attenuato dell’Ue, peraltro suscettibile di miglioramenti per dare risposta ad alcune delle interessanti istanze avanzate in sede di dibatti- to, potrebbe diventare un modello sostenibile di riferimento anche per altri mercati”, conclude Cecchi. “Siamo stati criticati sulla complessità dei programmi di licensing, ma per noi – mette in evidenza Alfredo Pizzirani, Responsabile Marketing Programmi Licensing Microsoft Italia – c’è la necessità di offrire una varietà di soluzioni e semplificare significherebbe o togliere flessibilità o far spendere di più, per cui la condizione migliore non è eliminare le alternative di licensing ma aiutare a scegliere meglio. Attraverso i programmi di licensing si possono creare dei vantaggi per chi è nella legalità sul software, se il programma di licensing si limita al fatto del ‘do una licenza e posso usare il software’, c’è poca differenza tra chi acquista e chi copia, quello che facciamo è aggiungere benefici a chi possiede software legale, per questo motivo, noi, come operatori dell’industria del software siamo in dovere di fare in modo che l’esperienza dell’utente legale sia migliore rispetto a chi copia, come per esempio accessi agevolati ad aggiornamenti”, conclude Pizzirani. “Ibm ritiene fondamentale identificare un corretto bilanciamento tra le realtà dell’innovazione proprietaria, legata al profitto e al vantaggio competitivo dell’industria privata, e l’innovazione collaborativa che offre garanzie di interoperabilità, standard aperti e benefici pubblici e sociali. Crediamo – precisa Roberto Zardinoni, Vice President Software Ibm South Region – che un sistema forte e globale a protezione della proprietà intellettuale favorisca l’innovazione. Tuttavia, la forza di questo sistema dipende dalla qualità di ciò che produce e questa dipende dalla garanzia di brevetti che tutelino progressi scientifici e innovazioni tecnologiche reali. Allo stesso tempo – precisa – crediamo sia importante considerare la necessità di identificare nuove modalità che amplino il concetto di proprietà intellettuale favorendo un modello di innovazione collaborativo interaziendale. È in questo senso, infatti, che nel gennaio 2005 abbiamo deciso di rendere disponibili, liberi da licenza, 500 brevetti software consegnati alla comunità open source internazionale. Di fatto, rappresenta la base di quello che secondo noi potrebbe diventare un sistema interaziendale di brevetti comuni nel quale le singole invenzioni diventano patrimonio comune della comunità di ricercatori e sviluppatori e possono essere usate liberamente al fine di favorire ulteriori innovazioni tecnologiche in aree di maggiore interesse. Nello scenario attuale, nel quale l’economia mondiale è sempre più legata ai temi dell’innovazione, Ibm collabora con le amministrazioni pubbliche, gli enti governativi, le imprese e la comunità internazionali per contribuire a creare una visione condivisa nel segno dell’interoperabilità, degli open standard e dell’innovazione.”

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