Industry 4.0: la lingua inglese è l’ago della bilancia nelle trattative

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Secondo i dati dell’EF EPI-c, l’88% dei clienti è disposto a pagare un extra a quelle aziende con una padronanza dell’inglese migliore, mentre l’81% prenderebbe in considerazione la possibilità di scartare partner con una scarsa padronanza dell’inglese

L’interconnessione tra macchine e processi, almeno nel settore manifatturiero, è ancora in salita, ma per l’interazione tra le persone si è anni luce indietro. Se la nuova rivoluzione industriale prende il nome di Industry 4.0, non si può dire la stessa cosa nella comunicazione tra le persone, che di 4.0 ha ben poco. Il problema è la lingua e, in particolare, la lingua inglese.

In questo scenario, EF Corporate Solutions presenta i dati dell’EF EPI-c, indice, a livello mondiale, relativo alla competenza linguistica delle aziende, secondo cui i dipendenti del settore manifatturiero, nel mondo, presentano una debole conoscenza della lingua inglese che arriva a malapena al livello B1, con un punteggio medio di 51,41/100. Lo studio, che è stato condotto testando un panel, più ampio rispetto all’edizione del 2014, costituito da 510mila persone, appartenenti a 2.078 aziende, mostra un’ampia differenza in termini di competenze linguistiche nelle varie posizioni lavorative.

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Nello specifico, il punteggio medio per i lavoratori che ricoprono funzioni di logistica e stoccaggio è 38 (livello A2, ovvero una conoscenza scolastica dell’inglese), mentre chi si occupa di ricerca scientifica totalizza il punteggio più alto del settore (56, livello intermedio B1). In produzione, contabilità ed amministrazione la conoscenza dell’inglese è elementare, mentre il personale dei reparti marketing e PR, HR, IT e la Direzione registrano livelli di competenza più elevati, in quanto più esposti al clima di internazionalizzazione in cui verte oggi il settore produttivo.

L’English Margin Report di EF, associato a questa ricerca,  mostra come l’88% dei clienti sia disposto a pagare un extra a quelle aziende con una padronanza dell’inglese migliore, mentre l’81% prenderebbe in considerazione la possibilità di scartare partner con una scarsa padronanza dell’inglese.

Nel caso dell’Italia, il basso livello di competenza linguistica si riflette inevitabilmente anche sulla percezione delle nostre imprese all’estero: per puntare all’internazionalità è necessario investire prima nella formazione linguistica dei lavoratori.

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Il settore manifatturiero include colossi multinazionali completamente globalizzati, dove la conoscenza dell’inglese da parte del personale è elevata, ed arriva fino alle medio-piccole realtà con 10-15 dipendenti, all’interno delle quali molto spesso sono solo una o due persone a conoscere la lingua“, spiega Cristina Sarnacchiaro, Country Manager Italy di EF Corporate Solutions. “Il tessuto economico italiano è intriso di queste medio-piccole realtà che rendono il nostro Paese la seconda potenza manifatturiera in Europa dietro la Germania. Per questo motivo la chiave del successo  è l’internazionalizzazione, che può avvenire solamente se il personale è pronto ad interagire con lo staff di aziende straniere, creando vere e proprie interconnessioni e sinergie, a favore della nuova rivoluzione industriale 4.0”, conclude.

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