Informatica, questa sconosciuta

Aziende

Lo chiamano digital divide, divario digitale, ma sarebbe più onesto parlare di indifferenza digitale delle Pmi. È quanto emerge da una ricerca sulle microimprese milanesi commissionata da Assintel e Unione del Commercio a Freedata

Prodotti, soluzioni, strategie a misura di piccola e media impresa. Non c’è numero di CRN che non ne parli. Non c’è vendor, o quasi, che non abbia un’offerta da veicolare attraverso il canale, la “longa manu” del produttore sul territorio, capace di avvicinare le Pmi. Ora uno studio commissionato da Assintel e dall’Unione del Commercio alla società di ricerche Freedata svela il rapporto delle piccolissime aziende con l’informatica. Ed è tutt’altro che idilliaco. Inutile e costosa, così viene percepita da una buona parte di queste realtà, alla faccia del down pricing e della riduzione dei margini. E c’è di più un’alta percentuale di queste realtà non è neppure in grado di citare un marchio, con buona pace di Hp, Ibm o Microsoft. “La percezione dell’importanza dell’informatica è inferiore alle aspettative”, ha ammesso Giorgio Rapari, Presidente di Assintel, l’Associazione nazionale delle imprese Ict, alla presentazione della ricerca. “E più sono piccole e meno sono tecnologiche. La cura può essere solo l’ascolto delle loro necessità, per costruire soluzioni ad hoc”. La ricetta di Assintel prevede corsi internet gratis, incontri sul territorio in collaborazione con le istituzioni locali, un sito (www.promoterinformatic a.it) che funga da punto di riferimento. Per limitare i danni di questa doccia fredda va specificato che la ricerca ha preso in considerazione le aziende al di sotto dei 50 dipendenti che operano nei settori del commercio, dei servizi e dei pubblici esercizi a Milano e provincia. “Dall’universo di riferimento, composto da 196 mila realtà è stato estratto un campione rappresentativo di 1.004 aziende”, ha spiegato Valeria Severini, Amministratore Delegato Freedata. “È un campione ampio che permette un’indagine approfondita con un errore medio al di sotto del 3%”.

Pur avendo dimensioni estremamente ridotte queste aziende rappresentano un’entità economica che dà lavoro 547 mila persone e con un fatturato nel 2004 di circa 100 miliardi di euro nella sola area milanese. Una cifra alta se si considera che il fatturato medio si aggira intorno ai 550 mila euro (con un numero medio di addetti di 2,78), che il 60% delle aziende che non supera i 250 mila e che solo il 15% raggiunge il milione di euro. La spesa it invece è di circa 370 milioni di euro (3,7%) cioè ogni impresa spende in media 1.800 euro, ma più del 50% investe meno di mille euro l’anno. E dallo studio non è emersa l’intenzione di investire di più, malgrado i fatturati siano previsti in crescita del 3,7%. I meno propensi sono i pubblici esercizi, che stimano un incremento di fatturato dello 0,6% ma una diminuzione della spesa it del 7,9%. Si tratta in effetti di un comparto dove l’uso dell’informatica è meno intuitivo, ma dove al contrario ci sarebbero grossi spazi di crescita: dalla gestione degli ordini, agli approvvigionamenti, alla gestione contabile, rallentata dalla diffusione dei registratori di cassa. Anche il commercio all’ingrosso che dovrebbe crescere di un sensibile 6,9% intende ridurre la spesa informatica dell’1%, lo stesso vale per il commercio al dettaglio (+0,4% il fatturato e – 0,6% l’investimento). Perfino i servizi taglieranno del 2,8%, pur crescendo dell’1,9%. Non è quindi una decisione causata tanto dall’attività quanto dalle dimensioni delle aziende: le piccolissime, fino a cinque addetti, prevedono tutte tagli alla spesa it, sopra i cinque le cose cominciano a cambiare, ma è oltre le 20 persone che l’investimento tecnologico comincia a diventare significativo (+4,5%).

Lo studio ha diviso in tre categorie le imprese analizzate sulla base dell’intensità dell’utilizzo delle tecnologie digitali: le imprese No-tech, le Low-tech, le High-tech. La prima grossa sorpresa dello studio di Freedata è che ben 35 mila imprese di Milano e dintorni (il 18% del totale) non hanno neppure un Pc. Sono le aziende No-tech, refrattarie persino a dotarsi della base della tecnologia. “L’acquisto di un computer – ha sostenuto Severini – è legato più al settore di appartenenza che al numero dei dipendenti. Infatti il 58,95 dei pubblici esercizi è senza un Pc, dato che scende al 9,8% per le aziende di servizi. L’82% delle micro imprese comunque un Pc ce l’ha, ma l’utilizzo si ferma alle operazioni di base per le aziende Low-tech che rappresentano il 59,4% delle società informatizzate, e si spinge fino all’e-commerce e all’e-pro- curement per quel 40,6% definito High-tech. “C’è un percorso di utilizzo graduale – ha continuato Severini – chi compra un computer in genere comincia con un collegamento Internet e l’e-mail, si dota di un programma di videoscrittura e del foglio di calcolo elettronico, per poi passare ai programmi di contabilità. Il punto di rottura fra un’azienda Low-tech e una High- tech è il server. Con questo acquisto, in genere ci si dota di una rete locale e di conseguenza di un database, di programmi per gestire il magazzino, della banda larga per l’e-banking, del sito aziendale che poi potrebbe implementare l’e-commerce, di software per la gestione del personale o della forza vendita…”. In questo caso è la dimensione d’impresa a essere discriminante: oltre l’87% delle imprese che hanno più di 20 addetti hanno un server e rientrano quindi nella categoria High-tech, mentre solo il 37% di quelle fino a due addetti lo hanno. In ogni caso i più innovativi risultano i commercianti all’ingrosso (il 53,5% è High-tech) e i servizi (39,5%), seguiti dai pubblici esercizi (23,6%) e dai dettaglianti (22,7%).

Interrogate da Freedata le micro imprese milanesi non sempre hanno dimostrato una buona autocoscienza: chi non ha un Pc è consapevole di non aver investito in tecnologia, aziende High- tech pensano di poter fare di più, ma le aziende Low-tech ritengono di aver già pagato il loro tributo alla tecnologia. Per il futuro le aziende High-tech, che cominciano a vedere la possibilità di usare l’informatica come una leva competitiva, intendono continuare a investire, la spesa it dovrebbe crescere del 2,6%. Chi non ha ancora comprato un pc con tutta probabilità non lo farà neanche nel 2005, la spesa a venire crescerà di un impercettibile 0,8%. Chi ha un computer pensa di aver fatto più che a sufficienza in ambito tecnologico e ha pianificato il prossimo investimento fra qualche anno quando l’hardware andrà per forza di cose cambiato. Ecco perché la spesa delle aziende Low-tech segnerà a fine 2005 un -3,8%. “Cosa limita l’adozione della tecnologia? – si è chiesta Severini – la nostra ricerca mostra che il primo ostacolo è il prezzo. L’It è considerata ancora costosa, nonostante il down pricing, e soprattutto inutile. Il problema è che l’offerta ha prodotto soluzioni che servono poco o non hanno saputo mostrare la loro utilità. La sicurezza o la rigidità di una soluzione è un problema che queste aziende non si pongono nemmeno. Mentre a livello mondiale l’informatica è ormai considerata come un’utility, al pari dell’energia elettrica o della linea telefonica, le microimprese la giudicano quasi superflua. Una probabile conseguenza della mancanza di formazione e di cultura, visto che ben pochi hanno seguito dei corsi o leggono riviste, e di conseguenza ben pochi conoscono i vendor hardware e software”.

Autore: ITespresso
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