Internet, la scuola e i figli, alcuni consigli per gli educatori

Sicurezza
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Social, Whatsapp e Internet. Riprende la vita scolastica dei ragazzi, tornano vivi alcuni problemi nella gestione del tempo trascorso online

Il problema della sicurezza dei ragazzi che vivono nell’era digitale è legato a due dati di fatto: i ragazzi nella maggior parte dei casi hanno una dimestichezza e un’abilità nell’utilizzo di Internet, social network e app superiori a quelle degli adulti, e allo stesso tempo dimostrano di avere molto meno presenti di questi ultimi i rischi che si corrono e sembrano non conoscere in profondità i meccanismi della sfera Web, pur padroneggiando perfettamente quelli spicci per sfruttare al meglio le applicazioni.

Da sempre siamo convinti che l’aiuto da dare ai ragazzi a casa, come a scuola, non sia quello che si esprime in un controllo puntuale, magari limitativo, magari sfruttando gli strumenti offerti da modem e router e dai software dedicati, perché il mestiere di genitori e degli educatori non è proibire ma aiutare a capire, e perché si fallisce nel progetto educativo se si dimostra scarsa fiducia, con il rischio poi che i ragazzi siano in grado di aggirare qualsiasi barriera imposta. Sulla scorta di questo presupposto e facendo riferimento anche al parere degli esperti di Norton, con le relative critiche del caso, ecco alcune indicazioni di massima che possono aiutare educatori e ragazzi almeno come orientamento di base.

  • Il dialogo è il primo passo. Sorgono meno problemi se insieme, genitori e figli, insegnanti e alunni hanno dedicato del tempo al confronto. Per capire i bisogni reciproci, far valere le proprie argomentazioni, condividere possibili soluzioni ed esperienze online. Anche solo capire quali siano le app e i siti preferiti, a cosa servano, i vantaggi, e poi ancora cosa fanno i compagni, parlarne, aiuta a entrare nella testa dei ragazzi e comunque serve anche agli adulti per imparare qualcosa.
  • Poche regole ma chiare. Non è vero che i ragazzi non rispettano le regole, certo bisogna impegnarsi in fase di ‘contrattazione’: bisogna stabilire orari, tipo di contenuti, condivisione delle informazioni essenziali. Si può per esempio concordare che prima dell’iscrizione a nuovi servizi se ne parla; i genitori – a seconda dell’età – possono aiutare i ragazzi monitorando l’utilizzo degli account, oppure salvaguardare la loro sicurezza chiedendo di rimanere sempre informati sulle password utilizzate. I ragazzi non sono così sicuri come vorrebbero dimostrare e di fronte alle difficoltà si avvantaggeranno nel sapere che siete con loro.
  • Osservare non vuol dire spiare. Partecipare alla vita ‘social’ e web dei ragazzi non vuole mai dire spiarli, ma implica la responsabilità di capire, ed eventualmente fare parte – nelle forme dovute – anche di questo mondo, che comunque è parte importante delle loro esperienze. Non è mai tempo perso quello dedicato anche solo a stare loro vicini quando interagiscono sui social. Si possono imparare tante cose, anche solo dando un’occhiata ai contenuti postati, alle interazioni con i compagni. In questo modo si possono comprendere anche delle dinamiche delicate.
  • Quanto tempo? Impossibile fare affidamento su una regola unica, diverse età hanno esigenze diverse. E siamo anche contrari all’utilizzo di tutti i sistemi, e ce ne sono, per cui è possibile bloccare account, spegnere il Wifi, escludere i mac address (gli indirizzi specifici e univoci di ogni device) dei dispositivi dei ragazzi affinchè non siano utilizzabili. Ricorrere a questi sistemi significa che si è già persa la scommessa fatta insieme a loro, ai ragazzi, di padroneggiare gli strumenti senza rimanerne vittime.
    Si può concordare l’utilizzo per periodi di tempo limitati, sparsi nella giornata, anche magari come pausa tra una materia di studio e un’altra. Si può pensare di concordare che si utilizzerà lo smartphone finito di fare i compiti, oppure stabilire un tetto massimo di tempo. Smartphone e tablet, senza dubbio, impigriscono i ragazzi, che preferiscono chattare e stare sui social, anziché incontrare veramente gli amici. Può essere una buona iniziativa spingerli a conciliare l’una e l’altra modalità.
  • I gruppi, strumento di inclusione e di esclusione. Whatsapp non è l’unico esermpio, ma funziona. E’ un attimo, nella vita di classe, a scuola, creare e disfare gruppi sulla base di simpatie, preferenze, antipatie, e a volte i risultati sono disastrosi; la cronaca quotidiana racconta bene i danni alla reputazione dei ragazzi possibili con un utilizzo scorretto di Facebook. Pensiamo che questi problemi siano anche diretta conseguenza del comportamento sbagliato dei genitori.
    Cento milioni di chiamate al giorno su WhatsApp
    WhatsApp e i gruppi, un momento di inclusione ma anche uno strumento di esclusione

    Perché per esempio non si pensa, prima di regalare uno smartphone ai bambini di prima e seconda elementare, ad insegnare loro le regole della buona educazione e a iniziare la loro vita di comunicazione telematica chiedendo permesso alla mamma per poter fare una telefonata, inviare un messaggio, magari proprio con il telefono dei grandi? Perché non si procede a piccoli passi? Ci sono servizi che richiedono la maggiore età, oppure almeno i 14 anni, e spesso i genitori li lasciano sottoscrivere ai figli magari inserendo dati falsi… E’ questo il modo di procedere? L’utilizzo di una Sim richiede l’assunzione di precise responsabilità, eppure non ci si pensa proprio nell’affidarla anche ai bambini. Le dinamiche di inclusione ed esclusione tra i ragazzi poi non sono la notizia del giorno, solo che sembrano diventare drammatiche quando sono scatenate da app e social, perché è maggiore la risonanza che hanno. Bisogna insegnare ai ragazzi la portata delle loro azioni, nella vita reale e online, e allo stesso tempo evitare di drammatizzare inutilmente quanto accade, enfatizzando eccessivamente il media che è stato utilizzato.

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