Istituto Bruno Leoni: Tutti gli sprechi di Siae

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La Siae costa ai consumatori 13,5 milioni di euro all’anno. L’Istituto Bruno Leoni fotografa le inefficienze della Siae

La SIAE “costa agli autori, ai discografici e ai fruitori di opere musicali protette (quindi ai consumatori) 13,5 milioni di euro all’anno“. Lo rivela uno studio dell’Istituto Bruno Leoni che fa i conti in tasca a Siae e a tutte le sue inefficienze.

Mentre è finito all’esame del Tar del Lazio la verifica della legittimità o meno del Decreto Bondi in merito all’ampliamento del raggio d’azione dell’Equo compenso (definito l’ultimo balzello italiano), anche la Siae finisce sotto la lente dell’Istituto Bruno Leoni.

La SIAE, con più di 80mila iscritti, ha messo a segno ricavi per 474,7 milioni di euro, a cui si sommano 9,64 milioni afferenti all’area Lirica. Ma il corrispettivo britannico della Siae, PRS, con circa 60mila iscritti, ha generato incassi per 620,6 milioni di euro. Nel rapporto fra ricavi e i costi operativi, Siae si piazza al 14,8%, mentre Prs al 12%.

Secondo una precedente inchiesta di Altroconsumo, il personale Siae è costosissimo, pesa per il 76% sui cont i della società autori ed editori, e i costi della macchina sono esagerati rispetto alla tutela del copyright in Usa e Uk. Infatti i paesi anglosassoni spendono il 17% in meno per il diritto d’autore, mentre la Siae costa 193 milioni di euro all’anno (e così si spiega perché non riesce a rinunciare al famigerato bollino Siae, bocciato dalla Cassazione e dalla Corte europea).

Lo scorso inverno i cantanti Big hanno scritto una lettera aperta denunciando i problemi del meccanismo Siae: un meccanismo inceppato, in una macchina elefantiaca, zavorrata dalla burocrazia e farraginosa (90mila aderenti, 1400 dipendenti e 671 milioni di euro di diritti incassati nel 2008, in crescita del 5,7% sul 2007). La macchina SIAE nel 2008 è costata al sistema cultura oltre 187 milioni di euro, un po’ sopra al 2007. I firmatari della Lettera aperta denunciano che il 50% del vertice Siae sia composto di membri non appartanenti alla base; inoltre c’è il sospetto che gli utili coprano perdite di gestione, invece di arrivare agli autori che hanno creato quella ricchezza.

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