La Cina risponde alle accuse di censura

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Il gigante asiatico afferma di non aver mai arrestato nessuno per aver espresso un’opinione sul Web

La censura è diventata quasi un affare di stato e una fonte di attrito: il Congresso Usa ha chiesto a Google, Yahoo, Microsoft e Cisco di presenziare a un’audizione sul tema (esattamente sull’etica di fare affari in Cina), per non violare in Cina ai principi americani della libertà di espressione. Proprio recentemente Microsoft ha rivisto la sua policy su questo argomento scottante, in versione più morbida e meno accondiscendente ai censori, mentre Yahoo! è di nuovo inciampata in accuse pesanti (di aiuto nel tracciamento online di dissidenti) da parte di Reporters Sans Frontiers. Google aveva recentemente fatto sapere che in certi paesi era meglio un’informazione, sebbene sottoposta a censura, piuttosto che nulla. La Cina, che finora aveva opposto un muro di gomma a queste critiche che provenivano al di là della Grande Muraglia, alla fine ha rotto il silenzio. Il gigante asiatico si è risvegliato, sottolineando dal suo punto di vista alcuni fatti. Il China Daily ha riportato che le normative cinesi sarebbero il armonia con le pratiche internazionali e che il governo non avrebbe mai arrestato nessun Internauta o blogger per aver semplicemente espresso un’opinione sul We b. Di più, la Cina ha rincarato la dose contro le accuse occidentali, affermando che anche gli Stati Uniti bloccano i siti Internet con contenuti dannosi. L’authority cinese che sorveglia Internet non ci sta a fare la parte dello Sceriffo del Web, e rispedisce le accuse al mittente. Google però è tuttora costretta a bloccare online termini associati alla democrazia o all’indipendenza del Tibet e Taiwan. E gli Usa stanno approntando una task force per aiutare le proprie aziende a non piegarsi alle richieste straniere di soffocare la libertà di espressione nei paesi in cui vige la censura online. E la Cina, forse per dimostrare di applicare una legislazione più affine a quelle occidentali, ha impresso un’accelerazione su un tema più caro a Usa e Europa: la lotta alla contraffazione. Nonostante gli attriti sulla censura in Rete, la Cina ha reso noto che in quattro mesi ha portato alla chiusura di 76 siti Internet: ma non si tratta di censura, bensì di lotta alla pirateria e tutela del copyright. La chiusura dei siti Web , sposata alla protezione del mercato della musica, del cinema e del software, secondo alcuni osservatori, potrebbe mettere in nuova luce le attività online dell’ex celeste Impero, rasserenando le recenti tensioni in tema di etica e libertà di espressione. Del resto Internet, secondo lo studio approfondito dell’Accademia cinese di Scienze social i, può cambiare in positivo la politica cinese e avere un forte impatto sulla stessa società. Una società dove gli utenti Internet sono già 111 milioni, di cui 64 milioni connessi in banda larga.

Autore: ITespresso
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