La luna e l’altre stelle

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Il digitale ha reso facile un genere fotografico che presentava molte difficoltà tecniche. Come ottenere bellissime foto della luna (e non solo) con una semplice compatta da 3 Megapixel.

Ci sono più cose… nella fotografia digitale, che in tutta quella analogica. Chi si dedica alla ripresa di astri e pianeti certo parafraserà in questo modo la frase di Amleto. Forse in nessun altro genere l’introduzione del digitale ha portato tanti cambiamenti e facilitato il lavoro al fotografo. Tutti, con un’attrezzatura poco costosa, possono ottenere immagini della luna e delle stelle che, all’epoca della fotografia analogica, erano possibili solamente ai professionisti del cielo. Eppure… gli strumenti usati non sono diversi da quelli di pochi anni fa. Non è l’hardware a fare la differenza, ma il software e in nessun genere fotografico è tanto evidente quanto nella fotografia astronomica. Con una compatta da tre milioni di pixel, e un programmino scaricabile gratuitamente, si ottengono foto della Luna, come quella pubblicata in queste pagine, impensabili pochi anni fa. Tuttavia, non bisogna pensare che basti affacciarsi al balcone di casa, puntare la macchina verso il cielo e scattare per ottenere immagini di buona qualità. La prima esigenza riguarda il soggetto, non l’attrezzatura. Il cielo deve essere in condizioni fotografabili, e quello delle città difficilmente lo è. L’inquinamento atmosferico e l’inquinamento luminoso sono troppo forti. Le lunghe pose, necessarie per alcuni soggetti, per esempio le stelle e le nebulose, sotto queste condizioni producono solamente cieli bianchi, sovraesposti. Per avere un bel cielo nero, trapunto di stelle come da manuale, bisogna allontanarsi dalle città e salire fino a un migliaio di metri di quota. Meglio se di più. Il soggetto più facile Il primo soggetto con cui ci si confronta è, per lo più, la Luna. Non c’è nemmeno bisogno di possedere un piccolo telescopio, basta un normale teleobiettivo di focale superiore ai 200 mm, eventualmente dotato di moltiplicatore da montare sulla reflex; oppure una reflex digitale di fascia bassa e un normale cavalletto fotografico. La luce riflessa dalla luna è talmente forte da richiedere tempi di esposizione brevi. Unica avvertenza: se la luna non occupa tutto il campo inquadrato non ci si può fidare dell’esposizione automatica. Il cielo scuro, attorno al corpo celeste, ingannerà l’esposimetro e il nostro satellite sarà abbondantemente sovraesposto. Esposizione manuale quindi e, per maggiore sicurezza, eseguire una serie di scatti, variando l’esposizione. Anche la messa a fuoco va eseguita manualmente, perché non tutti i sistemi autofocus riescono a dare foto nitide in questa situazione. Altro consiglio: non fotografare mai la luna quando è piena. Il sole la illumina frontalmente e la luce è troppo piatta per mettere in rilievo i mari, i monti, i crateri della sua superficie. È indispensabile riprenderla quando, in cielo, se ne vede solo una falce o metà. Fin qui i risultati sono quelli che si potevano ottenere con la pellicola. Forse un po’ migliori, per le possibilità offerte dai programmi di post produzione nell’ottimizzare le immagini. Il salto di qualità si fa investendo poche centinaia di euro in un modesto telescopio amatoriale, come quelli che si possono trovare nei negozi della grande distribuzione, e in un dispositivo adattatore che permette di fissare all’oculare una compatta. Lo si trova nei negozi di fotografia meglio forniti, o tramite Internet nei siti dedicati agli astrofili. Puntato il telescopio (naturalmente fissato a un buon treppiedi) verso la luna con la compatta attaccata, non si scattano foto ma si registrano brevi sequenze filmate di una trentina di secondi. Un filmato non è altro che una sequenza di fotogrammi. Dal Web si possono scaricare gratuitamente programmi, scritti da astrofili, che tra i fotogrammi di una sequenza scelgono i migliori, ne fanno una media e di tutta la sequenza, restituiscono una immagine sola. Perfetta, anche quando il sensore della compatta non supera i tre milioni di pixel. Altro soggetto facile,ma non molto fotogenico, è il sole. Si può fotografare con una reflex che monti un obiettivo da 300 mm, eventualmente dotato di moltiplicatore. La sua luminosità è molto forte, tanto che bisogna obbligatoriamente inserire, davanti all’obiettivo, gli appositi filtri denominati ?solar?. In caso contrario il sensore corre il rischio di bruciare ma, fatto ancor più grave, saranno i nostri occhi ad essere danneggiati in modo permanente. Purtroppo la superficie del sole non è ricca di particolari come quella della luna. Al massimo si vedono le cosiddette macchie solari, zone più scure sulla sua superficie.

Stelle e galassie

Non occorre un telescopio per riprendere stelle e galassie. Gli ingrandimenti necessari sono quelli forniti dalle focali normali delle reflex. Bisogna però adottare altri accorgimenti. La Terra ruota e per fotografare stelle e galassie bisogna impostare tempi di posa lunghi, anche di decine di secondi. È come fotografare i fari delle automobili con un tempo lungo: le stelle non sono riprodotte come punti di luce,ma come strisce luminose. Se non si ricerca questo particolare effetto,monotono se ripetuto, bisogna acquistare un buon cavalletto astronomico, dotato della cosiddetta ?testa equatoriale?. Grazie a essa, si punta la fotocamera verso la porzione di cielo che si desidera riprendere e si imposta una posa lunga a volontà, sicuri che la macchina si sposterà da sola seguendo il moto apparente delle stelle; che saranno riprodotte come puntini e non come segmenti luminosi. Al tempo della pellicola si scattava una sola foto, con posa lunghissima, anche di ore. I problemi causati da questo modo di agire erano parecchi: spostamento dei colori, granulosità dell’immagine e sovraesposizione da inquinamento atmosferico.Oggi basta scattare una serie di foto, di durata minore e farle elaborare da semplici programmi studiati per questo scopo, che tengono conto anche dello spostamento delle stelle avvenuto durante la posa. Il programma costruisce una mappa del cielo sulla prima immagine e automaticamente riallinea tutte le altre; in seguito offre la scelta tra il sommare semplicemente la serie di immagini oppure farne una media. L’ultima opzione dà risultati migliori. Il file d’immagine così ottenuto si può, poi, aprire con Photoshop per effettuare le regolazioni più fini di contrasto e dei livelli. Il software fa molto,ma il fotografo non è esentato del tutto dalla realizzazione delle foto.Mettere a fuoco le stelle è difficile. Dell’autofocus non bisogna fidarsi. Meglio procedere in messa a fuoco manuale scattando delle immagini di prova, da esaminare ingrandite nello schermo LCD della fotocamera. Per avere un riscontro oggettivo della messa a fuoco si può applicare all’obiettivo la cosiddetta maschera di Hackmann. Non è altro che un tappo, da mettere davanti all’obiettivo, forato in due punti. Se l’obiettivo non è a fuoco all’infinito, puntando una qualsiasi stella, la si vede doppia. Si agisce quindi sulla ghiera della messa a fuoco, finché non si vede un singolo punto luminoso.

Un difetto del digitale

Il migliore dei mondi possibili era solamente l’utopia di Candide. Il digitale ha difetti propri. Meglio, li hanno le fotocamere digitali. E si evidenziano quando si desidera riprendere le nebulose. Il sensore delle digitali è schermato da un filtro che blocca certe frequenze della luce infrarossa, che potrebbero dare fastidio alla normale ripresa. Purtroppo è proprio la parte maggiore delle frequenze di emissione delle nebulose. In altre parole: le digitali sono in gran parte cieche alla luce emessa dalle nebulose. Per questo motivo, recentemente, Canon ha proposto una versione modificata della EOS D20, che riporta la medesima sigla, seguita dalla lettera ?a?. Differisce dal modello di serie per il filtro IR che sta davanti al sensore e che, in questo modello, lascia passare anche la luce infrarossa emessa dalle nebulose. Anche la sensibilità è aumentata e portata a 3.200 ISO. Contemporaneamente all’aumento della sensibilità, questo apparecchio offre anche un migliorato sistema per la riduzione del rumore e la funzione LiveView. Sollevando lo specchio si può controllare direttamente sul visore LCD l’immagine ripresa ed effettuare la messa a fuoco di precisione su una immagine ingrandita di 10X. Non basta, per gli astrofili esigenti, è possibile collegare direttamente l’apparecchio a uno schermo esterno e su questo effettuare a vista le regolazioni della camera. Debbono rinunciare alla fotografia astronomica i fotografi che non usano questa marca di reflex? No di certo. La soluzione più semplice, adottata da molti, è far togliere il filtro, rivolgendosi al servizio riparazioni dell’importatore della fotocamera. Questo, con taluni obiettivi, può causare difficoltà nel mettere a fuoco all’infinito. Se ciò accade il rimedio c’è: far sostituire il filtro IR originale con un filtro IR che lasci passare la luce delle nebulose. È esattamente quanto ha fatto Canon.

Autore: ITespresso
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