La Rete italiana è una leva per crescere e battere la crisi. Ma c’è chi dice no

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Altroconsumo ricorre al Tar del Lazio contro l'equo compenso
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Una normativa anacronistica vorrebbe imbrigliare la creatività della Rete italiana con asfissianti lacci e lacciuoli. Ma se l’Italia diventa un campo minato per chi vuole investire in Rete, sarà difficile attrarre capitali stranieri. Eppure dalla controversa Delibera AgCom all’aumento dell’Equo compenso, la cui estensione agli smartphone di ultima generazione è stato per anni oggetto di controversie anche in ambito UE, l’Italia non sembra aver capito le potenzialità della Rete come leva per la crescita nell’economia digitale. Il digitale rappresenta il 3% del PIL (dati Assintel Report 2013), ma tutto congiura a minare le fondamenta dell’economia digitale: dallo sviluppo della banda larga – l’Italia è terz’ultima in Europa – alla Delibera AgCom fino al salasso da 200 milioni di euro dell’Equo Compenso. I nemici della Rete in Italia non dormono mai, ma il sonno della ragione (e i ritardi sul digitale) generano mostri, anche giuridici: e l’Italia per battere la crisi, non puà permettersi di rimanere ancora indietro in tema di IT. Google, gli Isp e le associazioni dei consumatori impugneranno al TAR del Lazio la Delibera AgCom: un primo passo per liberare la Rete italiana da norme antistoriche. Ricordando che ogni euro di investimento nel settore ICT genera un incremento sul PIL nazionale pari a 1,45 euro.

Eric Schmidt di Google vorrebbe investire nell’economia digitale in Italia, ma non può farlo finché il Paese non sarà dotato di un’adeguata infrastruttura in banda larga. Senza Rete, l’Italia non fa passi avanti. Lo ha dichiarato lo stesso Schmidt. E i dati gli danno – ahimè – ragione: secondo l’Italia è terz’ultima in Europa, davanti solo a Grecia e Cipro, nello sviluppo della banda larga. I costi del non fare in tema di broad band costano 35 miliardi di euro all’Italia. Nelle zone rurali, dove gli agricoltori avrebbero bisogno di broad band per fare e-commerce, la banda larga latita. Solo il 30% delle PMI fa shopping online, dimostrando il ritardo culturale italiano nel capire l’importanza dell’economia digitale per battere la crisi.

La spesa ICT complessiva della PA Centrale e Locale tra 2007 e 2013 mostra un declino medio annuo prossimo ai 3 punti percentuali, addirittura del 4,3% nel 2012. In Europa il mercato ICT continua marginalmente a crescere, a fronte del -4,3% italiano. L’Italia è dunque in forte ritardo rispetto all’Europa dove l’impatto del mercato ICT sul PIL  è prossima al 7%, mentre in Italia è minore del 5%, e ciò provoca gravi ricadute sul settore ma soprattutto sul mancato sviluppo del nostro sistema economico e produttivo in generale (dati: NetConsulting).

Con questi numeri l’Italia dimostra di aver accumulato un ritardo, sia culturale che infrastrutturale, rispetto al resto d’Europa e rispetto al G20.

L’Europa sta mettendo a punto il piano europeo Horizon 2020 per dare una scossa alla connettività nell’Agenda digitale. Ma gli obiettivi appaiono ambiziosi, visto che la banda larga attualmente copre il 14% del territorio italiano contro il 54% della media Ue.

Il piano Horizon 2020 è finanziato da Bruxelles per 77 miliardi di euro in sette anni e rappresenterà una delle leve per la crescita.

Ma se l’Italia vuole crescere, deve diventare un ecosistema pro-Interet, un Paese Internet-friendly, in grado di sfruttare le potenzialità del mercato IT, anche grazie a una legislazione favorevole alla Rete. E non nemica del Web.

Google, gli ISP, le associazioni dei consumatori impugneranno al TAR del Lazio la Delibera AgCom. Ma anche sull’Equo compenso, la cui estensione ai telefonini dovuta al Decreto Bondi è discutibile, andrebbe rivisto. Per non essere terz’ultimi in Europa nello sviluppo del broadband, bisogna investire sulla banda ultra larga, ma anche semplificare la burocrazia e rendere l’Italia più ospitale verso il Web e l’economia digitale. Sotto ogni punto di vista, visto che, secondo uno studio di School of Management-Politecnico di Milano, ogni ritardo dell’Agenda digitale manda in fumo risparmi per 20 miliardi e maggiori entrate per lo Stato pari a 5 miliardi in un triennio. E “ogni euro di investimento nel settore ICT genera un incremento sul PIL nazionale pari a 1,45 euro.

Autore: ITespresso
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