La ricetta NGN del ministro Paolo Romani

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Il ministro Paolo Romani esprime ottimismo per la chiusura delle trattative del tavolo sulle Reti Ngn di prossima generazione. La roadmap del ministero dello Sviluppo

Il ministro Paolo Romani vuole dare una sferzata al Tavolo delle infrastrutture per le Reti Ngn (next generation network), concludendo dopo molti mesi le trattative e per dare l’ok all’avvio dei lavori per la rete italiana di nuova generazione. Il ministro ha detto che “ormai ci siamo“, dopo aver dato i numeri (aggiornati, secondo il ministero) sul Digital Divide e Banda Larga. Secondo il ministro Paolo Romani il divario digitale è ridotto di circa il 30% nell’ultimo anno e mezzo e gli utenti esclusi dall’accesso in banda larga sarebbero calati dai 7,8 milioni a 5 milioni.Il ministro inoltre ci tiene a sfatare i dati dell’Europa, accusata di dipingere “l’Italia come uno Stato arretrato per quel che attiene la connessione alla rete e in particolare alla banda larga” quando invece “su 22 milioni di linee 12,5 sono connesse in banda larga, e questi sono dati che risalgono ad un anno fa”.

Sconfessata l’Unione europea sui dati relativi al Digital Divide, il ministro Paolo Romani ricorda di aver raggiunto a novembre un memorandum d’intesa sulle infrastrutture passive, già oggetto del Tavolo, ma ora sta per partire la NewCo, la società operativa che sta per essere ufficializzata. La Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) sta per varare un imponente investimento a partire dai “cavidotti per creare un’infrastruttura che dovrà arrivare ovunque. Ci vorranno circa 8 miliardi per collegare il 50 per cento della popolazione a 100Mb.

Il ministero afferma che i 15.800.000 di smartphone in Italia sono un buon viatico anche per la banda larga senza fili. Ma lo sono veramente? In Italia, secondo l’AgCom, anche la banda larga mobile è “prossima al collasso“, o quanto meno sotto stress (per via di tablet e smartphone); e The New Blog Times scrive che “le infrastrutture di base (i nodi e le dorsali, per capirsi) non sono in grado di sostenere un traffico “intenso” al punto da non costringere a vendere abbonamenti dove il tetto minimo garantito di banda, nelle migliori delle ipotesi, è pari a 128 Kbps”. Anche per l’Ad di Vodafone, Paolo Bertoluzzo, si respira finalmente un po’ di ottimismo. E, secondo il ministro Paolo Romani, addirittura “il modello italiano rischia di diventare modello per altri“. A questo punto, dopo le parole, non ci resta che aspettare i fatti, ma ricordiamo che il memorandum aveva sollevato qualche perplessità.

Parlando di Digital Agenda, il commissario Ue alle Tlc e vicepresidente della Commissione europea, Neelie Kroes aveva ribadito che “è importante coinvolgere anche le Piccole e medie imprese (Pmi) nell’agenda digitale anche perché sono preoccupata del fatto che milioni di nostre imprese stanno concedendo un vantaggio competitivo alle imprese estere che hanno connessioni molto più veloci delle nostre“. Il vicepresidente Commissione Ue era intervenuto in audizione alle commissioni Comunicazioni e Politiche Ue di Senato e Camera. Bisogna “creare incentivi e condizioni migliori – ha continuato Kroes – per avere gli sforzi concordati del settore pubblico e privato“. Per “creare un mercato unico digitale serve che tutti i paesi abbiano una spina dorsale adeguata e “si dotino della banda larga entro il 2013 e di quella veloce entro il 2020“.

Infine, nessuno in Italia parla di Ipv6, quando l’8 giugno – giornata mondiale dello switch-off protocollo Internet – è dietro l’angolo. E l’Italia rischia l‘IP Divide per non cadere in una Internet a doppia velocità. La Rete italiana ha decisamente bisogno di un approccio più pragmatico e non di negare i numeri delle classifiche internazionali sullo stato del Broad band italiano, che ci relegano da anni agli ultimi posti (vedi Akamai, Wef, Ftth, Istat, Eurostat, Oecd, Ofcom, Università di Oxford per Cisco eccetera).

Leggi anche: L’AgCom misura Internet: per valutare la qualità della banda larga in casa vostra

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