La svolta di Linux

Aziende

Imprese al bivio. Bene per chi arriva da sistemi Unix. E per Windows?

Quando di parla di Windows, ogni utente più o meno sa di cosa si parla. Le sue versioni hanno la medesima interfaccia grafica e tutti più o meno sanno metterci mano. Quando si parla di Linux, soprattutto di Linux sul desktop, la prima domanda che fanno è: quale Linux? Le varianti delle distribuzioni più popolari di Linux sono almeno una quindicina. Anche attribuendo a ognuna una facilità d’uso uguale o superiore a quella di Windows o di Mac OS, lo Unix di Apple, come minimo si spalanca una mancanza di uniformità che complica qualsiasi cosa, dalle decisioni di sviluppo alle politiche di adozione all’interno delle aziende, ai problemi di formazione del personale. Ma se ci spostiamo dai desktop ai server applicativi le opzioni si riducono e l’adozione di Linux nelle aziende, soprattutto nelle applicazioni web, è ormai un fatto acquisito. Le ricerche di IDC segnalano per questo sistema operativo un solido terzo posto a livello mondiale: il mercato per i server basati su Linux sfiora i 6 miliardi di dollari e continua a crescere a ritmi sostenuti. Secondo i tecnici la svolta è avvenuta con il rilascio della versione 2.6 del kernel che ha qualificato Linux per applicazioni enterprise anche a livello mission critical. Ora gli sviluppi si appuntano sull’interfaccia utente, o meglio sulla chiacchierata non facilità d’uso da parte dell’utenza. Resta il fatto che i server Linux stanno popolando un po’ a macchia di leopardo le infrastrutture aziendali per quando riguarda le applicazioni, mentre spesso le appliance di sicurezza e di controllo della rete hanno già una qualche versione di Linux al loro interno. D’altra parte Linux non è altro che un tipo di Unix, e le aziende che già sanno gestire macchine Unix sembrano sempre più orientate a lasciare le varie versioni di Unix e, complici le politiche di consolidamento in area server, stanno tentando di svincolarsi dalle versioni per così dire proprietarie di questo sistema operativo. Questo pone dei problemi ai tradizionali fornitori di server Unix, da HP a Sun Microsystems, che però stanno orientando sempre più la loro offerta su Linux con la complicità della potenza raggiunta dalle CPU di AMD e Intel. Se dunque il desktop non è una battaglia vinta e forse non lo sarà mai rispetto a Windows, per i server e le applicazioni la battaglia si sta aprendo. Ora spetta soprattutto agli sviluppatori di software spostare le loro applicazioni e renderle competitive su Linux per rendere quest’ultimo più attraente. I sostenitori di Linux e dell’open source stanno provando a sostituire Windows nell’area server, ma un problema emergente e controverso è quello del costo di esercizio, anche assodato che quello di installazione iniziale sia inferiore. Qui Linux deve mostrare di aver raggiunto maturità e uniformità. Come fanno osservare diversi analisti a questo punto può diventare cruciale lo sviluppo di un ecosistema di interessi legato al software open source alimentato da un lato dalla disponibilità di codice sorgente messo a disposizione anche da vendor importanti e dall’altro dallo sviluppo di nuovi progetti a livello di software e di servizi a supporto. Si intravedono così diversi modelli di business e di licenza e cessione del software che dovranno convivere sotto un’unica bandiera con nuove opportunità per tutti gli attori della filiera, dai vendor ai consulenti. L’approccio open source è diventato così importante da attirarsi l’appoggio di IBM e Sun. Anche Oracle ha acquisito o sta per acquisire diverse piccole aziende che si sono sviluppate su progetti open source. Molti ritengono che questo sia solo l’inizio della caccia dei grandi fornitori alle piccole startup open source. Nel mirino di Oracle, tra le altre, c’è JBoss. Il suo middleware è valutato attorno ai 500 milioni di dollari. IBM uno dei campioni della prima ora di Linux ha al suo interno 900 tecnici del software che lavorano su progetti open source. Le aziende open source sono in vendita, ma i sostenitori più puri, tra cui Torvalds, pensano che le comunità open source non lo saranno mai. È però venuto il momento di una nuova parola d’ordine: meno comunità e più marketing.

Autore: ITespresso
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