Con l’affare Telecom, tramonta il falso mito dell’italianità. L’occasione di riscossa per le Pmi

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Falso mito dell'italianità: telecom Italia parlerà spagnolo
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Telecom Italia parlerà spagnolo. I colossi italiani passano in mani estere. Dopo l’accordo fra Telefonica e Telecom Italia (via Telco), finisce un’epoca. La rinascita lenta nel mondo delle Pmi

L’iberica Telefònica, guidata da Cesar Alierta, trova l’accordo con Generali, Mediobanca e Intesa Sanpaolo, per scalare fin da ora Telco al 66%. Telco è la holding che possiede il 22,4% di Telecom. Telecom Italia parlerà spagnolo: si tratta dell’ultimo colosso made in Italy, in ordine di tempo, a passare in mani estere. In passato era toccato a Omnitel entrata nella pancia di Vodafone Italia e a Wind (venduta dall’egiziano Sawiris ai russi di Vimpelcom), quindi a Fastweb acquisita dagli svizzeri di Swisscom (ma si vocifera da settimane di un interessamento di Vodafone); 3 Italia, nata 1999 con il nome Andala UMTS grazie a Franco Bernabè (10%) e a Renato Soru (con Tiscali al 90%), appartiene alla multinazionale cinese Hutchison Whampoa (H3G). Rimane a parlare italiano la “sarda” Tiscali, fondata da Soru, anche se ha ridimensionato le ambizioni, dopo aver ceduto la controllata inglese Tiscali Uk della broad band a a Carphone Warehouse Group.

Dopo l’accordo fra Telefonica e Telecom Italia (via Telco), finisce un’epoca: in altri settori assistiamo all’accordo Fiat-Chrysler e al corteggiamento di Alitalia da parte di Air France; nella moda abbiamo assistito alla vendita di marchi come Pomellato, Fendi, Brioni, Loro Piana, Gucci, Bulgari, Valentino e Safilo; per Finmeccanica, la partita è tutta da giocare, ma sembra che cerchi soci in Corea del Sud. Nel volgere di pochi mesi, tramonta il (falso mito) dell’italianità, che aveva impoverito il Paese e costretto un’intera generazione al precariato e condannato i giovani alla disoccupazione al 40%.

Perché l’italianità non conta nello scacchiere della globalizzazione? La nazionalità è un concetto anacronistico, legato al mondo chiuso pre-guerra fredda, invece oggi ciò che conta sono progetti e investimenti. Per questo i fari sono puntati sul piano industriale che verrà presentato da Telecom Italia al cda del 3 ottobre: è lì che Bernabè giocherà tutte le sue carte, e si capirà dove Telecom Italia vuole investire, se deciderà lo scorporo della rete e se otterrà un aumento di capitale fra i 3 e i 5 miliardi di euro, necessari per l’upgrade della Rete.

Non conta l’italianità, un’etichetta vuota che in questi anni ha spolpato aziende, indebitandole sempre di più per arricchire pochi; ma contano i programmi di sviluppo. I piani di sviluppo devono generare crescita e creare lavoro, soprattutto per i giovani E se a mettere sul piatto sono gruppi stranieri, benvenga. Le guerre ideologiche di religione sulla nazionalità, non hanno senso: la storia fallimentare della difesa dell’italianità dimostra che le aziende vanno vendute a chi ha il piano industriale più convincente e serio. Non a chi ha in tasca il passaporto giusto. E lo dimostra proprio la felice cessione del Nuovo Pignone di Firenze, venduto dalla controllante Eni all’americana General Electric. L’ago della bussola deve puntare sul pragmatismo, non sulla nazionalità.

Le aziende italiane si aprono alla globalizzazione; cadono le frontiere che impedivano l’internazionalizzazione e la crescita. E la rinascita, seppur lenta, scaturirà dal mondo delle Pmi, la vera spina dorsale dell’economia italiana. Questa è la lezione che gli italiani hanno tratto dal rigido inverno della lunga crisi economica.

Falso mito dell'italianità: telecom Italia parlerà spagnolo
Falso mito dell’italianità: telecom Italia parlerà spagnolo
Autore: ITespresso
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