Le grandi aziende high tech ‘moderne’ sono monopoli naturali?

Aziende

Una riflessione che parte da alcune considerazioni del passato, per analizzare il fenomeno ‘moderno’ delle grandi aziende come Facebook, Google, Amazon e la loro incidenza sull’economia del Paese

Le aziende high tech ‘moderne’ sono diventate dei monopoli naturali da regolamentare oppure mantenere il loro status quo scordandoci, per un momento, di pensare che senza restrizioni queste realtà possano danneggiare la privacy o la democrazia? E’ solo una riflessione che mira però a considerare realtà come Google, Facebook o Amazon, come dei veri e propri colossi che, a loro modo, hanno preso il monopolio del loro settore.

In un articolo del New York Times (NYT) si fa cenno a queste realtà e si ripercorre la storia per capire se, ciclicamente, casi di questo tipo non siano già capitati e come il mercato e i governi si siano comportati a riguardo.

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Se si pensa agli inizi del ‘900, Louis Brandeis, consigliere del presidente degli Stati Uniti Wilson, era contrario alla grandezza fino a parlare di una maledizione. Brandeis, preso potere, voleva eliminare i monopoli, era contrario alla regolamentazione in quanto, secondo il suo parere, avrebbe portato alla ‘corruzione di chi controllava, preferendo, appunto, il frazionamento delle grandi potenze a eccezione per i monopoli, cosiddetti naturali, quelli delle compagnie telefoniche, quelle che controllavano le reti idriche ed elettriche o le compagnie ferroviarie, tutti settori in cui era sensato, secondo le argomentazioni dell’epoca, che il controllo fosse concentrato nelle mani di uno o pochi operatori.

Ma oggi che abbiamo varcato la soglia del nuovo secondo e tra poco più di due anni varcheremo il secondo decennio degli anni 2000, è possibile considerare aziende come, per esempio Google, come dei monopoli naturali, dato che coprono la domanda di un intero mercato? Secondo il NYT, ripreso dalla rivista Internazionale, “forse è arrivato il momento di regolamentarle come se fossero aziende che offrono un servizio pubblico”. L’articolo cita pure il caso dell’At&t che, comprò tutti i piccoli operatori creando un’unica rete. Il risultato fu che il governo glielo permise ma successivamente regolamentò questo monopolio istituendo la commissione federale sulle telecomunicazioni.

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Nel 1925 l’azienda fondò i Bell Labs che, nei successivi cinquant’anni, hanno prodotto i “fondamentali dell’era digitale, dal microchip, alla telefonia cellulare”. Un altro salto lo si ha nel 1956 quando il governo degli Stati Uniti conferma ad At&t il monopolio sulla telefonia ma le chiede in cambio una concessione: “i brevetti esistenti sarebbero stati concessi a qualsiasi azienda statunitense senza far pagare i diritti, mentre tutti i brevetti futuri sarebbero stati concessi dietro pagamento di minime tariffe”.

E da questi bevetti sono nate realtà come Texas Instruments e Motorola. Secondo l’autore dell’articolo, Jonathan Taplin, Direttore emerito dell’Annenberg Innovation Lab dell’Università Southern California,molto presto bisognerà decidere se Google, Facebook, Amazon, sono monopoli naturali da regolamentare o se è possibile mantenere lo status quo facendo finta che questi colossi privi di restrizioni non danneggino la privacy o la democrazia”, scrive Internazionale da cui è tratto l’articolo.

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E’ innegabile, poi, che i profitti di questi colossi siano cresciuti e quelli di altri siano decresciuti, l’industria dei quotidiani, l’editoria, e quella musicale, sono ‘crollati del 70% rispetto al 2001”. E a questo punto scatta il balletto della fruizione delle informazioni, delle notizie e degli articoli. Secondo Taplin, la maggior parte degli statunitense accede ai mezzi di informazione attraverso Google e Facebook, e anche gli italiani si sono avvicinati molto a ‘questa pratica’. Insomma, il dibattito è sempre aperto, l’evoluzione ha corso passi da gigante e si tratterà di stare alla finestra per guardare quello che accadrà.

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