Le sette meraviglie hanno un nome

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A Lisbona sono stati proclamati i vincitori del maxisondaggio online. Roma ce
l’ha fatta

Ecco le sette meraviglie nel secolo di Internet: il Colosseo di Roma, Chichen Itzá (Messico), Machu Picchu, il Taj Mahal indiano, la Grande muraglia cinese, il Cristo Redentore di Rio de Janeiro (Brasile), Petra in Giordania. Una classifica global. Sono tutte rovine esistenti, se non integre, per lo meno, quasi. Da settimane si svolgeva un sondaggio su Internet senza confini e senza frontiere, come il Web, per proclamare le sette meraviglie del mondo contemporaneo, nell’era della Rete. Nello spirito del Web 2.0 tutti potevano partecipare, ognuno poteva dire la sua: le Sette meraviglie sono un retaggio della Grecia ellenistica, quando la mania di classificare tutto lo scibile umano in formule semplici e efficaci era appannaggio di pochi saggi. Da Alessandro Magno di acqua ne è passata sotto i ponti. Oggi a proclamare a Lisbona le sette meraviglie nell’era di Internet è stato un maxi referendum in Rete, dopo che erano state scremate 21 finaliste dall’ex direttore dell’Unesco. La democrazia, inventata dagli ateniesi nell’epoca di Pericle, è sbarcata nel Web 2.0: il maxi sondaggio online ha dunque sostituito filosofi e saggi, decidendo i vincitori. Fa piacere per Roma, presente in lista, ma dispiace che l’Acropoli di Atene (Grecia), che è stata culla dell’Occidente, della filosofia, della democrazia e di queste classifiche oggi di nuovo in voga, non sia stata tra le vincitrici.

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