L’ex volto del TG1 Busi e le contraddizioni della scuola digitale

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La telegiornalista Maria Luisa Busi sottolinea le contraddizioni tra le disponibilità di spesa delle scuole per materiali di prima necessità e i tentativi di rinnovare la scuola italiana, traghettandola nell’era digitale

L’analfabetismo telematico è la principale piaga di questo paese, incapace di guardare avanti, ma imbalsamato spesso alla visione dello specchietto retrovisore. Il Cultural Divide, prima ancora del Digital Divide, è il grande nemico sulla strada della modernizzazione dell’Italia nel XXI secolo, come sottolinea da anni Assinform. In questo scenario di ritardo italiano, succede che, sbattendo la porta del TG1, la tele-giornalista Maria Luisa Busi si lamenti delle lavagne multimediali nelle scuole italiane.

È vero che la scuola italiana versa in gravissime difficoltà: chi scrive è una mamma che compra carta igienica, scottex, risme di carta e molto altro ancora per la scuola di suo figlio.

Ma è anacronistico preferire una scuola con la carta igienica a una scuola digitale, che renda “nativi digitali” tutti i bambini, ricchi o poveri senza distinzione di censo (e non solo i figli dei benestanti che a casa hanno già tutta la dotazione elettronica di famiglia, da notebook a netbook, da console di gioco a smartphone).

È un peccato che ancora una volta venga dall’alto dell’informazione mainstream una lezione di divario digitale e culturale, vòlta a mettere i bastoni fra le ruote della digitalizzazione della PA italiana e della scuola, in cui in futuro dovranno fare l’ingresso, accanto alle lavagne Lim, anche e-book (per alleggerire gli zaini degli studenti) e nuovi tool di didattica multimediale, per rendere la scuola italiana al passo con l’era digitale e più vicina alle sensibilità hi-tech dei giovani d’oggi. Perché anche i giovani vanno più volentieri sui banchi di una scuola informatizzata dove si parla il loro linguaggio.

Migliorare la scuola pubblica italiana è un diritto-dovere di noi tutti. Ma, per favore, non remiamo contro l’era digitale: i nostri figli lavoreranno in un mondo de-materializzato fatto di Bit. Se prendono confidenza fin da subito, sarà meglio per il loro futuro professionale. Come ricorda anche Epifani, segretario della Cgil, l’Italia “ha un gap di competitività nei confronti di altri Paesi anche perché non ha saputo scommettere sul sapere e sull’innovazione sociale e tecnologica“. I “nativi digitali“, fin dai banchi di scuola, possono invece diventare una lèva per la crescita delle future generazioni.

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