LimeWire patteggia con la RIAA

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Il sito di Peer to peer illegale, LimeWire, paga 105 milioni di dollari alla RIAA per chiudere il contenzioso con l’associazione dell’industria discografica americana. A confronto i dati della musica legale e le stime della pirateria musicale

Sulla scia del caso Grokster, capitola un altro storico Peer to peer: LimeWire patteggia con la Recording Industry Association of America (RIAA) sborsando la non modica cifra di 105 milioni di dollari, ma aveva reischiato di pagare 1,4 miliardi di dollari di maxi-multa per la musica illegale. Alla parola fine nella saga si è arrivati dopo cinque anni di contenzioso in tribunale fra LimeWire e la Recording Industry Association of America (RIAA).

Mark Gorton, fondatore del client P2p, chiude così la causa e ricompensa la Riaa per la violazione del copyright dei brani scambiati da milioni di utenti. Per la potente associazione dei discografici la via giudiziaria continua a dimostrarsi la strada giusta per far chiudere la condivisione illecita di contenuti digitali: grazie alla vittoria del “caso Grokster”, la Riaa ora passa all’incasso con i principali client del dopo-Napster.

La parabola discendente di LimeWire era iniziata lo scorso giugno quando ben 13 case discografiche portarono il sito alla sbarra: Arista, Atlantic, BMG Music, Capital, Elektra, Interscope, LaFace, Motown, Priority, Sony BMG, UMG, Virgin e Warner Brothers. Ma il KO definitivo giunge in realtà dopo una lunga battaglia, dopo che a maggio 2010 il fondatore del Peer to peer LimeWire Mark Gorton era stato riconosciuto colpevole di violazione di copyright. Il giudice Kimba Wood, del Distretto sud di New York, aveva dato ragione all’industria musicale. Nel 2008 LimeWire , come l’ex Napster, ha cercato di riciclarsi come music store dalla veste legale. La musica di LimeWire divenne legale e senza Drm, separandola dal P2p. Secondo un sondaggio del 2009 di Npd Group, erano account LimeWire il 58% di chi scaricava musica dal peer-to-peer un anno fa. Riaa ha fatto causa a Lime Group nell’agosto 2006.

Secondo Ifpi, sono cresciuti del 6% i ricavi della musica digitale che nel 2010 ammontano a 4,6 miliardi di dollari. Più di 400 sono ormai le piattaforme a livello mondiale dalle quali è possibile scaricare legalmente musica. Sono ormai oltre 13 milioni le tracce disponibili a livello mondiale negli store digitali il che ha permesso, nel giro di 6 anni, un incremento del 1000% dei ricavi derivanti dalla musica online. In Italia i download nel 2010 sono stati oltre 12 milioni registrando un incremento del 12% rispetto all’anno precedente.

Ma, nonostante tutto (maximulte, caccia a Pirate Bay, dibattiti su Dottrina Sarkozy, Legge Hadopi, AgCom e Decreto Romani), forse complice la crisi economica, la pirateria mnon demorde: il 37 % dei 2.017 intervistati da IPSOS si definisce pirata e il report mette a segno un incremento del 5% rispetto al 2009. Anche a livello mondiale è boom della pirateria anche nel 2010. Emerge anche da un’analisi di MarkMonitor sul traffico generato dai siti web che offrono contenuti contraffatti e piratati. Dai dati raccolti nel corso del 2010 emerge che i primi tre siti web classificati di “pirateria digitale” – rapidshare.com, megavideo.com e megaupload.com – hanno generato collettivamente più di 21 miliardi di visite all’anno. I dati di traffico di 48 siti che vendono beni contraffatti mettono insieme 240 mila visite per giorno in media. La geografia della pirateria è la seguente: il 73% dei siti di contraffazione e il 67% dei siti di pirateria digitale sono ubicati in Europa occidentale o in Nord America; l’hosting in Europa dell’Est arriva al 14$ dei siti, mentre il 9% sono ospitati in Asia.

Autore: ITespresso
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