Linux Day in 135 città italiane

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Domani si festeggia il Pinguino in Italia. Un’occasione da non perdere per scoprire il Software Libero (Free Software), l’Open source, le licenze copyleft e Gpl e le distribuzioni GNU/Linux

Autunno, tempo di castagne e Pinguini. Anche quest’anno sabato 23 ottobre si terrà il consueto appuntamento Linux Day in ben 135 città italiane. Il movimento del Software Libero (Free Software) porterà la buona novella dell’Open source (ma ricordiamoci che Open non è free), ovvero del codice sorgente aperto, delle licenze copyleft e dell’ecosistema GNU/Linux lungo tutta la pensola,:dalle Alpi alle isole, dalla di Abruzzo alla V di Veneto (in ordine alfabetico).

Il Linux Day è l’occasione per i Linux installation party (per provare la distrubizione GNU/Linux Ubuntu, studiare il database MySql, installare la suite libera di produttività OpenOffice.org o la neonata LibreOffice, o scaricare il browser Mozilla Firefox o il client e-mail Thunderbird; sempre Mozilla ha appena annunciato Open Web Apps); ma anche per capire dove stanno andando il mondo Open source nell’era di Google e dei Big dell’IT e che ruolo stanno rivestendo interoperabilità, il software libero e libero mercato. Fanno parte del mondo “open” anche l’enciclopedia libera Wikipedia (tra i mille siti più visitati al mondo) e WikLeaks (il sito collaborativo, paladino della libertà di stampa. al quale chi vuole può mandare documenti altrimenti destinati a restare segreti, ma non pubblica tutto: prima verifica e non mette online dati privati).

Nei giorni scorsi in una lettera alla Commissione Europea la Business Software Alliance (BSA) ha protestato per il ruolo predominante che l’Europa assegnerebbe al software Open. Riporta The Inquirer: “Secondo la BSA l’unico software “fair” (onesto), “reasonable” e “non-discriminatory” è quello commerciale e sottomesso a brevetto. Si sta sbagliando dunque l’Unione Europea, quando supporta e spinge la collaborazione fra enti di ricerca, la programmazione Open, lo stabilizzarsi di standard efficienti e condivisi (come ad esempio i caricabatteria per cellulari o l’USB tanto per citarne un paio)”.

In questo scenario cade a proposito il Post di Joe Hewitt che si chiede se, nell’era di Android (il sistema operativo mobile che ha battutto Apple iOS, e che sta sbarcando sulla Google Tv), cosa stia divendando l’Open Source. Innanzitutto Open non è Free (l’open source non è il Free software di Richard Stallman, la cui Fsf ha attaccato di recente i lucchetti Drm su iPad): non bisogna confondere l’Open source a sorgente aperto con le licenze General Public Licence (Gpl), in cui il codice a sorgente aperto è una delle tante premesse, ma non l’unica. Come disse recentemente Ray Ozzie, l’erede di Bill Gates in Microsoft (che sta lasciando il colosso di Redmond): pochi mesi fa Ozzie ha spiegato che essere 100% open source è un’utopia; inoltre l’Openness può avvenire per gradi (come nella logica fuzzy, sfumature di grigio e non solo un manicheo bianco/nero) e ci sono soprattutto tanti livelli di Openness (scalabile); anche Android per esempio è open source, ma non tutto ciò che concerne Android è open (per esempio è nata tempo fa l’Open Android Alliance che vuole rimpiazzare le applicazioni proprietarie e a codice chiuso di Android con il software libero). Scrivevamo pochi mesi fa: “La piattaforma di Google Android, che equipaggia i Gphone o Googlefonini, è Open source, ma l’apertura sfuma nel caso delle applicazioni: sui mod, è poi blindatura totale“. Quanto è Open Android? Al 30% o di più? Ma è anche vero che Google Android ha invece ricevuto la benedizione di Linus Torvalds, il padre del kernel Linux (che invece un anno fa ha attaccato il kernel Linux, “ingrassato” troppo). Insomma, ortodossi, puristi o pragmatici: buon Linux Day a tutti :-)

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