Google e Cina, ecco cosa cambia

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Google smetterà di reindirizzare in modo automatico gli utenti del sito Google.cn verso il portale di Hong Kong. Per non perdere la licenza. Ma senza cedere di nuovo alla censura

Dire addio alla Cina non significa solo rinunciare al 2% di fatturato. Ma significa rinunciare a una crescita impetuosa di un mercato in cui nessuno vuole essere escluso. Google ha provato a puntare sull’etica e ad andarsene da Pechino, ma il business è un richiamo troppo forte. Google dunque smetterà di reindirizzare in modo automatico gli utenti del sito Google.cn verso il portale (non censurato) di Hong Kong. Ma senza però piegarsi alla censura di stato cinese.

Per Google significa assicurarsi una tregua con le inflessibili autorità di Pechino: a Google interessa il rinnovo della licenza che gli permette di operare in Cina. “E’ chiaro dalle conversazioni che abbiamo avuto che i funzionari del governo cinese trovano inaccettabile il redirecting, e che se continueremo a reindirizzare gli utenti la nostra licenza Internet Content Provider non sarà rinnovata“, ha scritto sul blog David Drummond, chief legal officer di Google. “Senza una licenza Icp, non possiamo gestire un sito Web commerciale come Google.cn, e quindi Google in Cina sarebbe oscurato“.

Ma dopo il discorso contro la censura cinese, David Drummond, spiega che non è semplice trovare un equilibrio (o se vogliamo, un compromesso) tra il fornire informazioni e il dover obbedire alla legge cinese. La pagina speciale in Google.cn consente la ricerca non filtrata, ma invita  a visitare il sito di Hong Kong per news ed immagini.

Google presto interromperà il redirecting automatico, che aveva irritato le autorità cinesi perché di fatto toglieva il filtro della censura. Pechino ritiene la censura online necessaria e irrinunciabile. Google è stata costretta alla “ritorsione” dello stop alla censura in seguito a un cyber-attacco contro le proprie infrastrutture e contro altre decine di aziende della Silicon Valley. L’intrusione avrebbe avuto origine dalla Cina: da lì è nato un braccio di ferro che ha coinvolto anche il Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton. Anche la UE si era espressa a favore di una maggiore libertà online in Cina, appellandosi alle regole del Wto. Ma la Cina ha risposto a tutti di non voler perdere la propria sovranità su internet della Cina: “Deve essere rispettata e protetta“. Ora trocca a Google una mezza retromarcia, senza per ora dover rinunciare all’etica.

Google ritorna in Cina?
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Autore: ITespresso
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