L’ombra del Ddl sicurezza su Facebook e Youtube in Italia

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Succede in Italia, dove legiferare su Internet è sempre stato difficile, quasi impossibile. A causa del Cultural Divide del parlamento italiano, troppo lontano da nozioni quali protocolli Internet, Web 2.0, Net economy. L’ultimo caso è dei giorni scorsi: Facebook e Google Italia avevano attaccato l’emendamento D’Alia al Ddl sicurezza perché, di fatto, snaturava i social network. Ora un controemendamento del parlamentare Roberto Cassinelli dovrebbe far tornare il sereno ed esonerare gli Internet provider (Isp) da nuovi doveri. Vediamo a che punto siamo

L’ emendamento del presidente dei senatori dell’Udc, Giampiero D’Alia, recitava così: “In caso di accertata apologia o incitamento, il ministro dell’Interno – riporta iltesto – dispone con proprio decreto l’interruzione dell’attività indicata, ordinando ai fornitori di servizi di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine, applicando sanzioni pecuniarie per gli inadempienti”.

I Provider avrebbero dovuto filtrare le pagine Web incriminate. Se la mafia online ha i giorni contati, a rischiare l’ostracismo dalla Rete italiana, risultava Facebook. Ma anche Youtube.

Facebook però non ci sta e ha controbattuto alle recenti accuse italiane, lanciando un interrogativo: Chiudereste una ferrovia, se una sola stazione è presa di mira dai vandali? In altre parole Facebook si è chiesta perché filtrare tutta Facebook a causa di qualche pagina marginale, da oscurare. Dopo le proteste di Google Italia , si sono aggiunte quelle di Facebook : il fronte anti emendamento Ddl sicurezza, era cresciuto contro il Ddl sicurezza.

Ora è intervenuto il parlamentare della Pdl Roberto Cassinelli che ha proposto un contro-emendamento (un emendamento all’emendamento), per esonerare gli Internet provider da nuovi doveri.

Nel dettaglio, il contro-emendamento Cassinelli vorrebbe seguire una politica dei piccoli passi: individuare i contenuti come “da rimuovere”; poi la magistratura dovrebbe rivolgersi direttamente a chi ha uplodato il contenuto da censurare, chiedendogli di eliminarlo entro 24 ore; un ritardo equivarrebbe a una multa tra i 1.000 e i 70.000 euro e, sorpassati i tre giorni senza rimozione, il giudice inquirente dovrebbe consultare la piattaforma che ospita il contenuto, non all’Isp; a quel punto, il gestore della piattaforma avrebbe quindi 48 ore di tempo per ottemperato la decisione, passate le quali la sanzione salirebbe a una cifra tra i 10.000 e i 100.000 euro; la responsabilità sarebbe limitata però all’omissione, ma non verterebbe sul contenuto.

L’onorevole Roberto Cassinelli (del PDL), sta lavorando ad un controemendamento dell’articolo 50 bis, per salvare la “libertà del web”, ma già è scoppiata una nuova polemica: il ddl 2195 di Gabriella Carlucci vuole impedire l’anonimato in Rete, ma ancora non è chiaro se saranno banditi i nickname, che hanno fatto la storia delle crew di Internet e dell’hacking mondiale. Il primo comma recita: “È fatto divieto di effettuare o agevolare l’immissione nella rete di contenuti in qualsiasi forma (testuale, sonora, audiovisiva e informatica, ivi comprese le banche dati) in maniera anonima“.

La Rete italiana, intanto, sembra non trovare pace, tra il Ddl Carlucci e la proposta antipirateria di Luca Barbareschi . E pensare che il nuovo Presidente Usa, Barack Obama , deve tutto a Internet e al Web 2.0.

Autore: ITespresso
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